Articolo riguardante la pigiatura di uva Nosiola per Vino Santo uscito il 24 marzo 1978 sul quotidiano "L'Adige".
Si parla del lungo processo di produzione, fatto di molti momenti di attesa. Si fa una nota sulla resa, parlando del fatto che da 5-7 chili di uva si ottiene un litro di Vino Santo.
L'appassimento, che dura 6 mesi, fa sì che del raccolto ne resti un 30% scarso.
Articolo uscito su L'Adige il 1 dicembre 2005 che parla dell'evento Dulcenda, che si svolgeva a Castel Toblino. In particolare si fa riferimento alla produzione di 400 bottiglie, prodotte unendo i Vino Santo dei componenti dell'Associazione dei Vignaioli del Vino Santo: la prima bottiglia fu mandata a papa Ratzinger mentre la seconda andò al Vescovo di Trento, Luigi Bressan.
Articolo di M.E.
Richiesta mandata a mezzo di cartolina dalla Cantina Pisoni a Padova il 21 maggio 1927, per avere un campione di legacci per covoni e conoscerne il prezzo.
A Castel Toblino, in occasione della manifestazione "I Vignaioli del Vino Santo incontrano i grandi passiti siciliani", il 25 marzo 2002 si riuniscono i vignaioli fondatori dell'Associazione.
Da sinistra Graziano Poli, Alessandro Poli, Giuseppe Pedrotti, Marco Pisoni e Carlo Bleggi a rappresentanza delle rispettive cantine.
Sul depliant sono riassunte le varie attività previste.
A Castel Toblino, in occasione della manifestazione "I Vignaioli del Vino Santo incontrano i grandi passiti siciliani", il 25 marzo 2002 si riuniscono i vignaioli fondatori dell'Associazione.
Da sinistra Graziano Poli, Alessandro Poli, Giuseppe Pedrotti, Marco Pisoni e Carlo Bleggi.
Diplomi ricevuti dal Vino Santo prodotto da Giacomo Sommadossi a Vienna, all'esposizione di articoli alimentari e all'esposizione agraria del 1894.
Interessante leggere come fosse "adoperato da autorità mediche qual vino medicinale, raccomandato agli anemici di ogni età, ai convalescenti".
Usciti su Strenna dell'Alto Adige nel 1901.
Lettera d'invito alla presentazione del "Consorzio per la Tutela e Valorizzazione del Vino Santo Classico Trentino", in occazione della 47° mostra dei vini del Trentino.
La lettera è firmata da Arrigo Pisoni, che fu il presidente del Consorzio per tutta la sua durata.
Ricevuta d'acquisto che mostra vari prodotti e il loro prezzo.
Interessante il prezzo del Vino Santo, a confronto ad esempio col prezzo dell'acquavite o di un altro vino citato nelle prime righe: il prezzo è il triplo rispetto a quello del vino da tavola.
Il Vino Santo, visto il lungo processo di produzione e la resa (di tutta l'uva raccolta ne rimane circa un 30% per via del processo di appassimento di 6 mesi) ha sempre avuto un prezzo più elevato rispetto ad altri vini.
Etichette di Vino Santo della cantina Pisoni di Calavino. Fondata la cantina nel 1879 da Mansueto Pisoni, in seguito la produzione di Vino Santo passò alla discendenza. Poi la cantina fu spostata a Padergnone; dopo il calo di popolarità che subì il Vino Santo, nel secondo dopoguerra la cantina fu ceduta a Cirillo Morelli.
(Informazioni prese dal libro di Andrea Andreotti, "Vino Santo Trentino, un luogo un mito", Valentina Trentini Editore, 2005, pagina 103 e 104)
Etichetta di Vino Santo della cantina Costante Roncher di Cavedine: Costante Roncher è nato intorno al 1830 e, a seguito dell'apertura dell'Albergo Corona e dello spaccio adiacente, apre anche una cantina, che produceva Vino Santo. In seguito la cantina fu portata avanti dalla discendenza finché terminò la propria attività nel 1956.
(Informazioni prese dal libro di Andrea Andreotti, "Vino Santo Trentino, un luogo un mito", Valentina Trentini Editore, 2005, pagine 104 e 106)
Etichetta di Vino Santo della cantina di Ugo Angelini di Dro, attività iniziata dal bis nonno Giuseppe Angelini. La cantina produsse Vino Santo fino al 1954: chiuse l'attività a seguito delle ristrettezze dovute al secondo dopoguerra e alla concorrenza di vini più facili e meno cari.
(Informazioni prese dal libro di Andrea Andreotti, "Vino Santo Trentino, un luogo un mito", Valentina Trentini Editore, 2005, pagina 103)
Etichetta di Vino Santo della cantina di Domenico Ricci.
Domenico nacque nel 1881. Ereditò la cantina e iniziò la produzione di Vino Santo nel 1920 assieme all'amico Carlo Pisoni, che possedeva diversi vigneti: veniva utilizzata solo uva Nosiola proveniente dai monti di Calavino. La vendita del Vino Santo avveniva per lo più in zona, attraverso le due attività di famiglia, l'albergo Ricci a Calavino e il Rifugio Lagolo situato nell'omonima località.
La cantina chiuse nel 1944, con la morte di Domenico.
(Informazioni prese dal libro di Andrea Andreotti, "Vino Santo Trentino, un luogo un mito", Valentina Trentini Editore, 2005, pagina 111)
L'intervista è stata realizzata in vista delle celebrazioni del 60° del Voto a San Valentino, occasione in cui reduci e civili sono stati invitati a raccontare la loro esperienza di guerra.
Mi chiamo Enrico Aldrighetti, classe 1924. Sono partito da Vezzano, alla volta di Trento, il 16 agosto 1943. A Trento mi dissero di essere arruolato nei granatieri a Roma. Essendo primo in ordine alfabetico, mi assegnarono il compito di condurre 9 reclute a destinazione. Ho assolto il compito consegnando in caserma i miei compagni con i documenti di accompagnamento. Gli americani avevano già cominciato i bombardamenti su Roma e noi andavamo a rifugiarci in campagna. Ben presto arrivò l’8 settembre. Il 9 mattina la caserma era deserta; eravamo rimasti solo in 6, tutti gli altri, compresi gli ufficiali, erano spariti. Ho proposto ai miei compagni di buttare i materassi dalle finestre e venderli. Abbiamo guadagnato 20 lire l’uno. Poi siamo andati alla stazione dei treni dove c’erano pochi soldati tedeschi che hanno fatto finta di non vederci. Forse erano ancora in attesa di ordini sul comportamento da tenere con i soldati italiani. Saliti sui vagoni, piano piano siamo arrivati a Trento. Mi ero messo i vestiti borghesi che avevo ancora nello zaino. Con un basco pagato 3 lire in testa per nascondere il taglio militare, sono riuscito a scendere dal treno senza farmi prendere dai tedeschi che controllavano la stazione. E che nel frattempo avevano ricevuto l’ordine di arrestare i soldati italiani e spedirli in Germania. Sono arrivato al ponte di San Lorenzo e l’ho trovato distrutto dai bombardamenti. Poco più a monte avevano improvvisato un traghetto, così son potuto passare sull’altra sponda e raggiungere Vezzano. Era il 12 settembre del 1943.
Questa gerla fu comprata dal padre di Loretta alla fiera di S. Croce a Trento il 3 maggio del 1955 per i suoi figli, che erano talmente contenti del "regalo" che addirittura pranzarono indossandola.
Fra i tanti scatti realizzati a questa processione, sulla salitella dell'antico nucleo abitativo dei "Caschi", ne abbiamo selezionati alcuni che possono mostrare come era costituita la lunga processione.
Davanti vediamo i bambini ed a seguire gli uomini; fra loro vestono una tunica rossa i portatori del gonfalone, della croce e di due diverse coppie di lanterne, una coppia semplice in apertura e una coppia sormontata dalla raffigurazione dell'ostia in chiusura.
Li seguono le bambine e la statua della Madonna della Pace portata dai giovani della confraternita del Santissimo con le tuniche bianche e mantellina azzurra.
Chiudono la processione i parroci e le donne che portano altre due croci e i ceri. Un gruppo di donne porta il velo nero.
In archivio abbiamo la foto anche di un'altra processione, più solenne, mentre sfila ai piedi dei "Crozzòi":
La solenne processione sta sfilando ai piedi dei "Crozzòi", antico nucleo abitativo del paese, insieme a quello dei "Caschi". In primo piano le caratteristiche "arche" decorate con rami di pino sostengono la scritta PAX e numerose bandierine triangolari rallegrano la via.
Sullo sfondo si vede la vecchia Chiesa dei santi Filippo e Giacomo e sulla sinistra la salita sul Dòs Alt.
Gli uomini della confraternita del Santissimo, con la tunica bianca e azzurra, portano la statua della Madonna della pace ed i ceri; intorno ci sono i vigili del fuoco col loro elmetto e la divisa similmilitare.
Dietro si vedono i parroci, il coro e le donne. L'ultimo dei sacerdoti è don Giuseppe Tamanini, curato di Padergnone dal 1919 al 1953.
La bimba, con vestito e scarpette di lana, gioca col suo sonaglio seduta su una sedia.
I capelli sono ancora corti ma comunque pettinati a formare il ciuffo, chiamato "banana", caratteristico dei pccolini.
La signorina Enoe, impiegata al Comune di Vezzano, era appoggiata ad uno dei grossi ippocastani che avevano dato il nome a questo punto d'incontro. Sullo sfondo la salita al "Doss" che ora è una scalinata.