Nella fotografia è rappresentato l'edificio del molino a cilindri di Giuseppe Miori, sito in Padergnone, e Raimondo Miori, undicesimo dei sedici figli di Giuseppe Miori, su una motocicletta.
Foto in bianco e nero 9x6 cm, trasporto delle tubature che collegano Maso Rualt alla centrale idroelettrica di Santa Massenza. I vari pezzi dei tubi venivano trasportati in due pezzi separati e poi assemblati direttamente sul camion prima di essere calati nella condotta.
Sul retro della fotografia il timbro "Autotrasporti Raimondo Miori Padergnone Trento".
La pescicoltura di Giuseppe Miori costruita tra il 1938 e il 1940 ha funzionato fino alla metà degli anni '50. Utilizzava una derivazione della Roggia Grande che passava davanti al municipio.
Nella foto si vede Giuseppe con la moglie ed i figli del loro primogenito Lino.
Da notare il Gazza senza neve pur essendo gennaio.
Sul retro la didascalia riporta "Ai cari nonni e zii con affetto - Eligio - 9.1.'43"
La fotografia ha un formato quadrato dal lato di 54 mm ed è stampata su un cartoncino rettangolare bianco dal bordo dentellato 91x63 mm.
Questa nona rievocazione storica, a cura della filostorica di Padergnone con la consolidata partecipazione della Corale dei molini, riguarda il periodo delle lotte tra franco-bavaresi e asburgici e della rivolta hoferiana , presentata in versione 'laica' e 'di sinistra', puntando in particolare l'attenzione agli eventi successi in Valle dei Laghi e dintorni ed alle conseguenze sulla vita di ogni giorno della popolazione.
Per problemi tecnici, nel video presentati in forma ironica, manca l'ultima parte della registrazione: Corale dei Molini - la ‘Marsigliese’.
È qui disponibile anche il copione.
Espandendo le risorse correlate in fondo a questa scheda si accede al glossario di molti termini dialettali e modi di dire utilizzati.
Nella foto viene ritratta la cantina Bressan aperta nel 1933 e chiusa nel 2021.
La cantina, sempre stata un attività di famiglia, apparteneva ai fratelli Bressan.
Suddivisa su due piani: al piano terra negozio di alimentari sul davanti e la ben nota "cantinota" sul retro, al secondo piano tredici camere dove un tempo si poteva pernottare.
Presentava una facciata rustica e autentica che trasmetteva calore a familiarità.
Cartolina non viaggiata.
Nella cartolina che vede ritratto hotel Miralaghi a Padergnone possiamo vedere come un tempo affianco all'Hotel c'era un distributore Aquila che ad oggi non c'è più, al suo posto prendono luogo i parcheggi dell'Hotel.
Questo albergo ad oggi ha più o meno le stesse sembianze che aveva al tempo.
Possiamo notare come già allora fosse un hotel grazie alla scritta "albergo" sulla facciata e sulla parte laterale dell'edificio.
Stampa in bianco e nero 10x15 cm, riportante sul retro scritto a mano "Due Laghi (Trentino) Albergo Miralaghi" ed il timbro "Foto CINE N. 12250 TRENTO".
L'edificio scolastico di Fraveggio in ottime condizioni presenta sulla facciata principale la scritta "Scuole elementari".
Dietro, sulla sinistra il mulino e l'edificio costruito in parte con tufo calcareo, sulla destra lungo la strada per Lon è visibile il capitello del colera, più oltre i ruderi del muraglione di "castel Tonin" ed i residui degli scavi alla finestra ai Gaggi.
Stampa in bianco e nero, 10x15 cm, riportante sul retro scritto a mano: "Fraveggio m. 433 (Trentino) Le scuole elementari" ed il timbro "Foto CINE N. 9324 TRENTO".
Foto in bianco e nero, dimensioni 9x6,5cm.
Centilla Berlanda su una moto, modello "Benelli 500", alla pompa di benzina Shell gestita dal marito.
Si nota sullo sfondo il paese di Padergnone: il municipio sulla destra, le case "sul doss" a sinistra. La chiesa non era ancora stata costruita.
Sul retro si legge "in vestito da "sposa" partenza per il Bondone (dopo il pieno di benzina)"; è temporalmente collegabile alla foto:
Foto bianco e nero 13,5x8,5cm scattata durante il viaggio di nozze tra Miori Raimondo e Berlanda Centilla sul monte Bondone.
La struttura, dietro alla coppia appena sposata, è il rifugio Titta, al tempo unico rifugio di tutto il Bondone.
Foto in bianco e nero, dimensioni 10x14,5cm.
Raimondo Miori alla pompa di benzina shell nell'atto di rifornire una moto. Sul davanti due bambini, uno (probabile nipote di Raimondo) aiuta a sorreggere il tubo della pompa.
Si nota il funzionamento della pompa di benzina: con una manovella si pompava manualmente la benzina.
Sul retro è annotata "ripr. 4/12/1936"
Foto in bianco e nero di dimensioni 13,5x8cm scattata durante una gita a passo campo Carlo Magno. Era consuetudine per il Signor Miori Raimondo organizzare gite da tutti i paesi della Valle, viaggiando con un camion ed utilizzando la sua licenza industriale che gli permetteva di compiere svariate attività fra le quali anche questa.
Fan Fact:
Il camion di modello Ursus era stato abbandonato durante la ritirata dall'esercito tedesco, perché non funzionava, in una area sul confine tra due fratelli, che ne sono divenuti così legalmente proprietari. Il signor Raimondo lo ha acquistato e riparato.
Foto in bianco e nero, dimensioni 9 x 6,5cm
Famiglia Miori (mamma Ida e 4 bambini) sul trattore di Renzo Berteotti a Padergnone alla pompa di benzina.
Si vedono le pompe di benzina "Shell".
Sulla facciata della casa si leggono le iscrizioni "panificio elettrico" e "autorifornimenti".
La malga Valle o "Malga de la Val", ora in ruderi, si trova sul Monte Bondone, nel territorio di Laguna-Musté in località "La Val" al di sotto dell'attuale malga di Cavedine.
È stata costruita dai soldati dell’esercito austro-ungarico, stanziati nelle trincee del Monte Bondone durante la prima guerra mondiale, per avere assicurati latte, burro e formaggio che vi venivano prodotti.
Funzionò regolarmente, con la presenza di 30-35 mucche e manze, fino al 1938.
Da allora la costruzione fu completamente abbandonata tanto che nel 1958, a seguito di un’abbondante nevicata, il tetto crollò dando l’avvio al completo disfacimento.
L’ultimo malgaro e casaro che operò alla malga Roncher fu Giuseppe Travaglia (Bèpi Cruf) di Cavedine.
Sul sentiero che scende ne La Val, c'è il "Cóel de le Vache", sottoroccia che deve il suo nome al fatto che frequentemente, date le sue dimensioni, veniva usato per mettere al riparo il bestiame durante la notte o in caso di repentini cambi di tempo.
Nei pressi di questo sottoroccia i soldati austro-ungarici avevano costruito "i Albi", tre vasche in calcestruzzo poste in successione che captano una sorgente perenne, realizzate per loro uso ma anche per l’abbeverata del bestiame portato all’alpeggio alla malga.
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Bibliografia:
Raimondo Miori, nato a Padergnone il 27/02/1907, ha acquistato una macchina fotografica a rullino, con autoscatto, nei primi anni 40; prima di allora faceva uso di una macchina fotografica con lastre di vetro. I suoi famigliari hanno messo a disposizione dell'Archivio della Memoria le sue fotografie.
Trasporto dei tubi della condotta forzata, che va da Ponte Pià alla centrale di Santa Massenza, da parte di Raimondo Miori. Qui vediamo un pezzo della tubazione pronto per essere inserito presso la finestra della Valle di Ranzo.
Abbiamo scelto di inserire il forte come punto d'entrata della Valle dei Laghi dal punto di vista geografico fisico e non politico.
Da notare la vecchia strada, senza le attuali gallerie.
La datazione è desunta dal numero identificativo simile a quello di quest'altra fotografia:
Vista del ristorante Valentino e bar "Ai 2 Laghi" in località due Laghi.
La datazione è ipotetica.
Stampa in bianco e nero 10x15 cm riportante sul retro scritto a mano "Due Laghi (Trentino) Ristorante Valentino Ai 2 Laghi" ed il timbro "Foto CINE N. 12252 TRENTO".
In via della Crosara era attiva la segheria del tufo della famiglia Tasin. Qui veniva lavorato il travertino, meglio noto come “tòf”, da trasformare in “tovi” (mattoni di tufo). Questa pietra, tagliata con la sega ad acqua, veniva impiegata per ridefinire le volte o per realizzare le tramezze degli appartamenti.
Anticamente l’edificio ospitava anche una fucina ove il fabbro lavorava i metalli e ferrava i cavalli.
La segheria terminò la propria attività all’inizio degli anni ’30 del Novecento a causa del crollo del tetto dovuto allo scoppio di un incendio.
“La Tòvara”, situata in località della “Pontare” di Terlago, era il luogo da cui si estraeva il “tòf” tagliato presso la segheria Tasin.
(Testo a cura di Caterina Zanin con la collaborazione di Verena Depaoli)
La presenza del mulino della famiglia nobile dei Cesarini Sforza, collocato all’interno del parco di loro proprietà, è attestata almeno dal 1860 nella cartografia asburgica. Appartiene al complesso edificale di villa Cesarini Sforza, eretto dalla Confraternita dei Battuti, che fu venduto inizialmente ai Conti Graziadei nel 1615 e ceduto infine ai Conti Cesarini Sforza nel 1700.
Il mulino, dotato di un canale di derivazione, rimase attivo fino al 1935. L’ultimo “molinar” fu Domenico (Minico) Castelli che, assieme a sua moglie Maria Pavoni ed ai quattro figli, si occupava della macinazione dei cereali. Egli terminò la propria opera a causa dell’anzianità che gli impediva il proseguimento del lavoro. Nel 1941 l’edificio venne nuovamente abitato dalla famiglia Depaoli che tuttavia non proseguì il mestiere del mugnaio.
Domenico Castelli produceva la farina a partire dal granoturco, dal frumento, dalla segale, dal grano saraceno e dall’orzo e la rivendeva alle vicine comunità di Vigolo Baselga, Baselga del Bondone, Covelo, Ciago e di Cadine negli anni più recenti.
Nel complesso abitativo di famiglia Cesarini Sforza era stata collocata, almeno nel 1896, anche una segheria ad acqua per il taglio del legname.
Originariamente l’edificio, trasformato recentemente da una innovativa ristrutturazione ad opera dell’architetto Salvotti, ospitava al piano terra le stanze adibite al lavoro ed ai differenti macchinari o utensili utilizzati dal mugnaio. Il piano superiore invece fungeva da abitazione privata per “el Molinar” e la sua famiglia. Una volta chiusa l’attività lavorativa dell’opificio i conti trasformarono lo stabile in una stalla. Un ulteriore cambiamento della struttura, avvenuto in seguito alla ristrutturazione, è il mutamento del livello del terreno che appare sopraelevato rispetto a quello originario grazie ad uno scavo ai piedi dell’edificio.
(Testo a cura di Caterina Zanin con la collaborazione di Verena Depaoli)
Il Mulino Mazzonelli è situato nel cuore del paese all’altezza della strettoia vicina a piazza Battisti. Le prime notizie di questo edificio risalgono al 28 agosto del 1546 quando Colombino Antonio (muratore) acquistò a Terlago una “casa con mulino con filone e due ruote, loco a Pont per 67 ragnesi”.
Successivamente passò nelle mani della nobile e ricca famiglia Mamming (da cui deriva il suo nome) che lo sfruttò fino all’ottobre del 1907. In quell’anno venne venduto, per 3.000 corone, dal conte Giuseppe Mamming ad Eugenio Mazzonelli. Quest’ultimo lo trasformò nella sua abitazione privata. Il conte conservò invece “i due mulini con tutti gli accessori, le trasmissioni, gli attrezzi dei mulini, la turbina con accessori”. Particolarmente interessante è annotare che nell’atto di vendita il nobile decise di dividere la particella catastale del mulino per mantenere la proprietà terriera del “Broilo” e di concedere all’acquirente di realizzare un foro nel muro, da erigere, per favorire il passaggio dell’acqua a scopo irriguo.
I figli di Eugenio Mazzonelli, durante i lavori di modifica dell’edificio, seppellirono le macine in pietra nel giardino ed attualmente una di queste, grazie alla fortunata riscoperta avvenuta nel corso dell’ultima ristrutturazione, è perfettamente visibile e ben conservata.
La presenza di un foro nella parete interna della casa consente di individuare il punto esatto in cui era collocato il perno della ruota del mulino.
(Testo a cura di Caterina Zanin con la collaborazione di Verena Depaoli)
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Il mulino Defant
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Il mulino Defant, collocato in via al Castagnar, è stato l’ultimo opificio a chiudere a Terlago. Rappresentato nella mappa del catasto asburgico del 1860, il mulino venne chiuso, per la sopraggiunta anzianità del “Molinar” Guido Defant, solamente nel 1992.
Nel 1907 apparteneva alla famiglia di Narciso Defant che, dopo alcune vicende familiari, ne entrò definitivamente in possesso nel 1928 e nello stesso anno ottenne dal Genio Civile anche la concessione per lo sfruttamento dell’acqua della roggia. Nel 1945 la struttura conobbe uno sviluppo tecnologico grazie al passaggio dal sistema di mulino a macina a mulino a cilindri, dotato di laminati doppi, per il frumento ed il grano saraceno. In precedenza la macina in porfido era stata acquistata a Pomarolo (TN) per sostituire le molle francesi rivestite da un telaio in ferro. Nel 1955 fu comperata una turbina a Merano per migliorare la produzione dell’opificio ma, a causa della scarsa portata della roggia, venne rimossa dopo poco tempo. Si decise dunque di mantenere il motore elettrico installato durante la seconda guerra mondiale.
Nel secondo dopoguerra il mulino incrementò la propria produttività ed iniziò, grazie ad alcune conoscenze familiari, a vendere la farina a Molina di Fiemme ed ai “pistari” di Cadine. Significativo è il racconto dell’ultimo “Molinar”, Guido, del trasporto e dell’organizzazione dell’opificio. A partire dal 1949 egli si recava 4 giorni in settimana, svegliandosi alle 2 di notte, in val di Fiemme per trasportare circa 1,5 quintali di farina.
Nel 1970, come testimonia l’ampliamento della struttura e l’installazione di 4 silos interni da 7.000 quintali, l’attività Defant aumentò notevolmente la produzione. I cereali venivano versati nei silos grazie all’ausilio di un montacarichi che sollevava fino a 10 quintali.
L’opificio macinava frumento (acquistato frequentemente presso Caprino Veronese), orzo, segale, avena e grano saraceno. Il mulino produceva farina gialla, farinetta (adatta al consumo animale) e farina bianca. È interessante ricordare che negli ultimi anni d’attività la famiglia Defant frantumava anche il grano saraceno importato dall’Africa.
Al momento della chiusura i proprietari del mulino vendettero i macchinari più recenti ad un’azienda di Bassano del Grappa e quelli più antiquati ad un gruppo con sede in Albania.
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La segheria Defant
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Nel 1881, per ovviare alle dannose e frequenti azioni di contrabbando del legname di Selva Faeda, venne acquistata dalla Rappresentanza Comunale di Terlago una sega ad acqua. Comperata da Carlo Tonelli di Vezzano per 200 f., fu collocata presso l’edificio di Giovanni Defant, nella parte rivolta verso la collina, per tagliare i fusti provenienti dal bosco dell’intero territorio di Terlago.
Fu conservata fino alla fine degli anni ’20 del Novecento.
(Testo a cura di Caterina Zanin con la collaborazione di Verena Depaoli)
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Origini del mulino
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La famiglia Rigotti risulta presente a Terlago almeno dalla seconda metà del 1600 e da allora detiene la proprietà dell’omonimo opificio. Il testamento di Gabriele Rigotti, figlio d’Antonio, detto il “Molinarotto” del 1749 costituisce la prima menzione documentaria esplicita dell’esistenza del mulino ed all’esercizio della relativa professione. Egli apparteneva ad una famiglia nativa di San Lorenzo in Banale ma residente già da tempo a Terlago. Il successivo riferimento viene invece riportato nella mappatura del catasto napoleonico del 1860.
Nel corso dei secoli l’attività venne tramandata di padre in figlio fino al passaggio all’ultimo “Molinar”, Giuseppe Rigotti, chiamato “Il Barba”, conosciuto come alpino decorato con la medaglia d'argento al valor militare per il servizio prestato a Nikolajewka. Alla sua morte nel 1981 il mulino cessò l'attività rivolta al pubblico.
Giuseppe Rigotti è ricordato come una persona molto ospitale, sempre pronta ad una battuta simpatica e di buon cuore. Ospitò per alcune estati il noto pittore olandese Rinny Siemonsma che affettuosamente realizzò il ritratto del cane di famiglia sul cartello per avvisare della presenza del cane Doria.
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Attività generali
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Nel Novecento nel mulino Rigotti venivano macinati fino a 4- 5 quintali di cereali (specialmente grano e granoturco) che solitamente veniva trasportato con i carri dai contadini dei paesi vicini (Terlago, Monte Terlago, Vezzano, Padergnone, Vigolo Baselga ed i paesi del Bondone). È interessante ricordare che negli anni ’20 il prezzo della farina macinata variava da 1,25 lire a 1,50 lire al kilo.
I proprietari del mulino Rigotti prestavano anche il servizio di trasporto merci, tramite carro, per il locale comune nel caso di occasionali spostamenti oppure d’acquisti di materiale. Viene registrato anche il pagamento di opera prestata alla Società del Monte Gaggia in occasione di trasporto materiale nel 1922.
All’interno dell’edificio sono state trovate alcune incisioni, calcoli e scritte che spingono ad ipotizzare la funzione di luogo di ritrovo e di passaggio di persone del luogo e forestieri. Ad esempio una, riportata sopra la tramoggia, ricorda un’importante e fruttuosa battuta di pesca.
È stato scritto il seguente testo: “Domenica 22/4/1928 - Grande pesca ai laghi - lunedì, martedì e - mercoledì non si farà che mangiare pesce -i pescatori”.
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Struttura del mulino
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L’edificio, ristrutturato esternamente, conserva al pian terreno il locale storico del mulino con le macchine destinate alla macinazione ed altri strumenti necessari per la preparazione alla macinazione con gli ingranaggi e le cinghie originali dell’epoca. Sopra ad un tavolato ligneo rialzato è presente l’antica mola in pietra che un tempo era collegata, grazie ad una serie di ingranaggi, all’albero di trasmissione legato alla ruota idraulica posta all’esterno dell’edificio.
All’interno della struttura sono ancora visibili le due linee di produzione costruite in due momenti differenti. La più antica, risalente al Settecento, prevedeva la macinatura a pietra alimentata dalla forza motrice esercitata dalla ruota idraulica.
Nel 1908 la famiglia Rigotti acquistò a Vienna il sistema a cilindri (Hoerde & Comp) azionato inizialmente dalla ruota idraulica lignea e, dagli anni ’40 secondo tradizione orale, da un motore elettrico trifase. Entrambe le linee di produzione depositavano il macinato nella medesima burattina.
Nella descrizione dello stabile, riportata dalla compagnia assicurativa “Istituto Provinciale Incendi – Trento” del 1924, risulta che il mulino possedeva 3 ruote idrauliche e 3 pile utilizzate per la lavorazione dell’orzo.
(Testo a cura di Caterina Zanin con la collaborazione di Verena Depaoli)