Il Mulino a Venzòn, così chiamato dal toponimo della località, detta anche Pontára, è il secondo edificio che si incontra sulla sponda in destra orografica del corso della Roggia, risalendo la Forra di Canevài.
Nella mappa del 1860 è qui segnalata la presenza di una ruota idraulica ed al catasto risultava di proprietà degli eredi Gianordoli Massimiliano, vi si macinavano i cereali.
Rappresentazione grafica elaborata al computer ricostruendo come si presentava l'opificio quando era attivo.
In primo piano l'alveo della Roggia di Calavino, la derivazione con la canaletta, il bacino di carico, la ruota idraulica ed il ritorno dell'acqua nella roggia.
Sul lato opposto del cortile, recintato da mura, l'ingresso dall'allora strada imperiale.
L’ultimo edificio che si trova lungo il sentiero della Val dei Canevai, attualmente casa civile di abitazione, era un tempo un mulino per la macinazione dei cereali.
La ruota idraulica non era segnata nella mappa storica del 1860, ma gli anziani lo ricordano in attività e la vecchia canaletta di derivazione in pietra, che si vede in primo piano sulla foto, lo testimonia.
Un certo Lutterini Odorico fu Odorico è stato comunque fra i firmatari della petizione del 1819, che vantavano diritti sull'uso dell'acqua della roggia di Calavino in qualità di proprietari della stessa, come risulta dal documento qui riportato:
Questo mulino sfruttava l'acqua della Roggia di Ranzo o Rio Valbusa.
È uno dei più antichi documentati in Trentino anche se non conosciamo l'anno di costruzione.
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A pag 147 del libro di Giuseppe Sebesta
Prima della cascata davanti a casa Pisoni "Biasi", illustrata nella prima foto, una parte dell'acqua veniva deviata su una canaletta in pietra per azionare le ruote idrauliche poste su questo edificio.
La roggia si allontana poi dalla casa, visibile sullo sfondo della seconda foto, incuneandosi con una serie di cascate nell'orrido della val dei Canevai.
Ha messo a disposizione dell'Archivio della Memoria le sue foto, i suoi disegni ed i suoi testi con licenza cc-by.
In Archivio sono presenti anche materiali da lui conservati:
A dirla correttamente si tratta di un mazzetto di "Stipa pennata" o "lino delle fate piumoso", pianta perenne poco diffusa in valle, che fiorisce tra maggio e luglio. Le spighette esposte al sole e al caldo si aprono diventando piumose.
Nelle foto si vede lo stesso mazzo nelle due diverse situazioni.
Lo si usa per addobbare i cappelli tirolesi insieme all'immancabile piuma, ma quello che riportiamo qui è il gioco dei "boacéti".
Emanuele Pisoni, classe 1948 di Calavino, lo faceva da bambino con gli amici.
I ragazzi preparavano un mazzetto di quest'erba che cresceva solo in un luogo a Calavino, lo intingevano nella calce conservata nel “calcinèr” e lo lanciavano sul muro di una casa. Si spiaccicava e rimaneva attaccato per breve tempo alla parete come una “boàcia” (escremento di vacca), di qui il nome del gioco. Vinceva chi la faceva rimanere più tempo sulla parete. Gli raccontavano che quelli più vecchi di lui li intingevano proprio nelle "boàce".
Ci conferma questa versione Dolores Zuccatti, classe 1933 di Ciago, che andava con la sua amica Luigia poco sopra il paese a ricercare quest'erba particolare e difficile da trovare, che chiamavano "molina". Ne raccoglievano uno stelo qua ed uno là, finché riuscivano a farsi il loro mazzetto. Rientrate in paese, infilzavano gli spuntoni sporgenti dalle spighe nelle "boàce", che si trovavano frequenti nelle vie sterrate o selciate, e si divertivano a lanciarle lontane.
Rappresentazione grafica elaborata al computer ricostruendo come si presentava l'opificio quando era attivo.
All'interno mostra le due stanze del piano interrato, posto al livello della roggia: quella a sinistra, con il meccanismo che sale al piano superiore riservato alla segheria, aveva poco più in là in tempi precedenti anche il follo; quella a destra, dedicata al mulino, conserva ancora oggi diversi strumenti.
A piano superiore, posto al livello del piazzale, ci mostra la sega veneziana e, dalla parte opposta, la sega a nastro (bindella) aggiunta negli anni '40 e collegata alla stessa grande ruota che faceva funzionare da fine '800 la circolare, posta nel cortile, grazie ad un lungo palo di trasmissione che attraversava tutto l'edificio.
La vista dall'esterno ci mostra la grande ruota collegata al palo di trasmissione che attraversava l'edificio, le ruote per la macine della farina gialla, della bianca e del pestino per la brillatura dell'orzo, il mulinello, piccola e veloce ruota per la segheria. Non si vede la precedente ruota del follo che rimaneva sotto il ponte.
Nell'ultima immagine, per permettere una più facile comprensione di questo complesso opificio, Mariano Bosetti ha collegato le macchine interne alle ruote esterne.
La ricostruzione di un mulino in forma ridotta, ma perfettamente funzionante, è stata fatta su un'idea ed a spese di Emanuele Pisoni.
Come per la segheria, è stato subito affiancato da Fabio Bassetti che ha costruito la struttura portante e da Ferruccio Morelli che ha realizzato le parti in metallo; il resto è stato tutta opera sua: ruota, lubecchio, lanterna e tramoggia. Le macine in pietra sono state fatte da Giancarlo Pozzani di Stravino, noto scalpellino.
Massima attenzione è stata data ai particolari, compreso l'elevatore per la rabbigliatura delle macine.
Il mulino è smontabile così da poterlo trasportare e ricostruire in luoghi diversi.
Una pompa permette il movimento e ricircolo dell'acqua, indispensabile al moto della ruota idraulica, laddove non possa essere collegato direttamente ad una roggia.
I pezzi di questo pestino a mole sono stati recuperati dal mulino Ricci Dinòti e montati nel giardino della casa di fronte da Sandro Ricci. A quanto ricorda il pestino è stato acquistato dalla sua famiglia con l'intenzione di affiancarlo alle macine del mulino ma non è mai stato montato nel mulino stesso.
Oltre che sega come strumento, in dialetto il termina "sega" sta a significare anche la segheria. La segheria funzionava un tempo ad acqua ed anticamente era chiamata rassica.
La ruota idraulica, con un complicato meccanismo, produceva simultaneamente il movimento verticale di una sega e l'avanzamento orizzontale di un carrello su cui era fissato il legname da trasformare in assi.
Ad oggi il pestino dei Pisoni "Biasi" è a pezzi, ma chissà che un giorno non riprenda vita.
All'interno della stanza adibita a mulino, per terra, si trova ancora il basamento circolare di pietra del pestino; ha 130 cm di diametro, è incavato ad anello, vi è in centro il foro per l'albero motore in ferro e sui bordi rialzati vi sono 2 punzoni in ferro su cui era fissato l'anello in legno che completava il contenitore. Sul "castello" del mulino, appoggiati al muro dietro le macine e le solforatrici, ci sono l'anello in legno, alto 20 cm, e una delle ruote di pietra (mole) dal diametro di 70 cm. L'altra "mola" gemella è invece all'esterno dell'edificio.
Il pestino a mola era una macchina mossa dall'energia impressa dalla ruota idraulica, o più anticamente dagli animali e dagli uomini, allo scopo di brillare l'orzo, cioè decorticarlo, togliere la buccia ai chicchi.
Era formato da un contenitore in pietra a forma di scodella, con la parte centrale rialzata e forata; a volte solo la base era in pietra e le pareti erano in legno. Era posizionato sul "castello" del mulino come le macine. Dal foro centrale saliva un palo, solitamente di legno, che arrivava al soffitto e che riceveva il movimento dalla ruota idraulica attraverso l'albero motore e il lubecchio. Questo palo verticale era attraversato da un palo orizzontale regolabile in altezza al quale erano collegate due pietre circolari dette "mòle"; erano folli, cioè non toccavano sul fondo. Fra una mola e l'altra, al palo centrale erano fissati uno o due raschiatoi di ferro che grattavano sul fondo sollevando l'orzo. Nella vasca veniva inserito l'orzo e la si metteva in moto, il movimento lento e regolare continuava per ore smuovendo i chicchi con moto elicoidale senza mai schiacciarli, fino a decorticarli.
Questa copia del documento originale termina con la dichiarazione "Attesto, che la presente copia concorda col suo originale, esibitomi ad ispezione. Trento, ventiun dicembre millenovecentovent'otto. Anno VII. fto. Donato de Salvadori Notaio."
Si tratta di una sentenza dell’Imperial Regio Giudice del distretto di Vezzano Domenico Floriani che conferma la proprietà delle acque di Calavino a favore dei vicini proprietari di case e terreni posti accanto a rogge e sorgenti. Cita 26 mulini presenti, rassica, folleria dei pomi, botteghe di fabbri ferrai, mangano, peschiere, diritti di pesca e irrigazione, lavori eseguiti, località, nomi dei proprietari..., insomma è un documento che merita di essere letto per intero.
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Rappresentazione grafica elaborata al computer ricostruendo come doveva presentarsi il mulino quando era attivo: la roggia con la cascata e la derivazione che alimentava la grande ruota idraulica.
In centro nonna Pasqua Caldini (1841-1909) vedova di Biagio Pisoni segantino di Calavino (1837-), dietro di lei i figli Stefano (1870- ) ed Emanuele (1873-1916), al suo fianco la figlia Teresa (1875-1950) e la moglie di Emanuele, Maria Pizzedaz (1877-1964) con in braccio la figlia Agnese (1907-1997); davanti le loro prime tre figlie: Gelsomina (1901-92), Virginia (1903-81), Ida (1905-2007).
"Io sono la Sega Veneziana e devo la mia rinascita alla “pazzia”, caparbietà e un pizzico di ingegno di tre signori che mi hanno voluto riesumare dalla mia ormai decennale dipartita.
Erano gli anni cinquanta-sessanta quando, dopo centinaia di anni di onorato servizio, ho dovuto lasciare spazio alla incombente tecnologia moderna.
Si dice che io sia nata da un'idea di Leonardo da Vinci; bene c'è da crederci, perché nonostante i miei movimenti siano apparentemente di una semplicità estrema, i vari sincronismi, indispensabili per il buon funzionamento, sono stati un bel grattacapo per coloro che mi hanno riportato alla vita, segno che il grande Leonardo ha dovuto pensarci un po' prima di darmi un'anima.
Certo che il mondo d'oggi è cambiato totalmente da quando operavo paziente governata da un silenzioso e instancabile “Segheta”.
Quel mondo incantato oggi non c'è più. Quando l'acqua movimentava la mia ruota e io cominciavo a sezionare le “bòre” e il “Segheta", come un burattinaio comandava serioso ogni movimento, era musica, musica vera, come quella delle grandi opere, tanto che i passanti si fermavano ad osservare incuriositi a bocca aperta. A conferma di questo, cioè che quel mondo non c'è più, ho dovuto accettare un compromesso per la mia rinascita e funzionare, qualche volta, a secco visto che l'acqua nelle piazze non c'è .
L'importante però è testimoniare in modo realistico il ruolo che ho avuto per centinaia di anni e ringrazio questi tre signori che mi hanno dato questa possibilità.
I protagonisti .
I tre protagonisti citati sono tre coscritti del 1948 di Calavino che oltre ad avere la stessa età sono accomunati da molte altre cose.
Tutti e tre figli di artigiani del legno, tutti e tre appassionati della storia dei vecchi mestieri e curiosi di conoscere i segreti (che rischiano di rimanere tali) delle vecchie macchine e attrezzi di un tempo, per questo si son messi in testa di costruire la Sega Veneziana, strumento di lavoro che ha avuto vita fino agli anni sessanta. In particolare a Calavino l'ultima Sega Veneziana è stata smantellata nel 1968 a casa Pisoni “Segheti”. Si spera che dopo mesi di lavoro certosino questa ricostruzione possa dare testimonianza vera della storia “recente” del nostro paese che in realtà sembra lontana anni luce.
CALAVINO 15 giugno 2008
Morelli Ferruccio — Pisoni Emanuele — Bassetti Fabio"
Questo citato è il testo predisposto dagli autori in occasione della prima attivazione della loro segheria alle feste madruzziane di Calavino del 2008. Nelle foto si vede la stessa sega pronta per l'edizione 2016 della stessa festa e di seguito la sega in funzione all'edizione 2018 del festival etnografico presso il Museo degli Usi e Costumi della Gente Trentina.
Qui la storia della segheria citata: