Era situato nel rione del Mas, il più antico di Calavino, sulla sinistra orografica del ramale della roggia che alimentava dapprima i mulini Graziadei poi Pisoni.
Nel 1860 risultava qui attivo il mulino di Furlanelli Giovanni:
I mulini Graziadei "Ferèri"
I mulini Graziadei erano situati nel rione del Mas, il più antico di Calavino, sul ramale in sinistra idrografica della roggia che esce dal tunnel sotto l’edificio Chemelli.
Nel 1860 risultavano qui attivi due mulini di Graziadei Bortolo fu B. "("Ferèri") e un mulino di Graziadei Domenico fu B. "("Ferèri"):
Rappresentazione grafica elaborata al computer ricostruendo come si presentavano i mulini Pisoni "Fornèri" quando erano attivi, prima di trasformarsi in centralina idroelettrica e cementificio.
Tra loro il lavatoio dell'attuale "piazzetta delle Regole".
La “calchèra“ era un forno per la cottura del calcare per la produzione della calce.
Aveva forma di botte ed era realizzata in pietra resistente al fuoco, solitamente in un terrapieno nel bosco o nelle immediate vicinanze, così da avere a portata di mano il legname necessario e da poter essere caricata dall'alto.
In basso aveva un'apertura dalla quale si alimentava il fuoco giorno e notte per diversi giorni portando il forno ad una temperatura di 900°C.
Lo spazio riservato al fuoco era coperto da una volta in pietre più resistenti al fuoco.
Sopra la volta, veniva caricata con pietre calcaree.
A cottura ultimata si lasciavano lentamente raffreddare le pietre. Tutto il processo durava 3-4 settimane.
Poi si scioglievano le pietre cotte in acqua così da formare la calce spenta che veniva conservata a lungo vicino a casa nel
Costruzione in muratura utilizzata per la cottura di pietre con cui realizzare materiali da costruzione, nello specifico nella "fornàs" si cuocevano le marne per la produzione del cemento mentre la fornace utilizzata per la cottura del calcare per la la produzione della calce era chiamata:
L'identificazione dei mulini è data dal soprannome di famiglia derivato dal fatto che svolgevano anche l’attività di panificatori.
Si trova nel rione Bagnöl su un tratto pianeggiante della Roggia che lo attraversa con qualche salto o cascatella. Qui si concentravano diverse attività artigianali, in particolare mulini.
Questa parte del paese è stata molto modificata fra il 1951 e il 1968 con la costruzione della strada provinciale che ha coperto la roggia; fino ad allora la strada di valle, superato la piazza, entrava in via Graziadei - piazzetta delle Regole - via dei Filatòi - piazzetta ai Zoni e con un ponte attraversava la roggia e poi proseguiva come ora.
Per tornare al tempo dei mulini dobbiamo perciò immaginare questa diversa viabilità ed il tratto nuovo della strada occupato dalla roggia, dalle sue derivazioni e dalla campagna, come lo vediamo rappresentato nella mappa del 1860, quando i "Fornèri" proprietari dei mulini erano Pisoni Giuseppe, a valle dell'attuale piazzetta delle Regole, e Pisoni Domenico, a monte della stessa che aveva anche il panificio:
Rappresentazione grafica elaborata al computer ricostruendo come si presentavano i mulini al Cleo quando erano attivi.
La derivazione si separava dalla roggia oltre il ponte di Cleo, scorrendo quindi più elevato, per poi distribuirsi su tre canalette e alimentare le tre ruote, ognuna delle quali aveva il suo scarico per la restituzione in roggia, così come ve n'era uno, governato da una sarcinesca, che permetteva di far rientrare nella roggia l'acqua della derivazione quando non veniva utilizzata.
Una concentrazione di attività artigianali, prevalentemente mulini per la macinazione dei cereali, si sviluppava all’imbocco del rione Mas in corrispondenza del ponte del “Cleo” (da clivo = erta, salita).
A questo punto si dipartiva una nuova articolazione del corso d’acqua:
- il ramo principale che, com’è attualmente, seguiva un profilo rettilineo;
- un’ampia derivazione arcuata, che andava a lambire gli edifici in sponda destra con una movimentazione di canalette e ruote dentate, finalizzate all’alacre lavorio delle macchine artigianali.
Nel 1860 era documentata qui la presenza delle ruote idrauliche di Pisoni Giuseppe ("Tirares"), Casoni Giovanni Sen. ("Feltrini") e Lunelli Antonio ("Lunèi"):
Posto subito sotto il Rione del Mas, sulla sponda in sinistra orografica della Roggia di Calavino, in un tratto del corso d’acqua caratterizzato da un notevole dislivello con una serie di cascate.
Nel 1860 si fa riferimento al mulino di Aldrighetti Sebastiano:
L'opera di presa in pietra che alimentava la "bót de l'òra" e la ruota idraulica della fucina Scalfi partiva a monte di una delle tante cascate della roggia di Calavino.
Sulla vasca di raccolta dell'acqua possiamo vedere la lastra di pietra inclinata usata per lavare.
Racchiusa nell'angusto spazio tra le opere di presa e l'argine della roggia questa "bót de l'òra" conserva intatta la sua parte in pietra. Nella copertura superiore si possono notare i due spazi aperti affiancati in cui erano infissi i tubi necessari per l'entrata dell'acqua e per l'uscita dell'aria. Da questa apertura si può osservare sul fondo il palo in legno dove sbatteva l'acqua per produrre l'aria ossigenata, necessaria alla fucina per mantenere il fuoco vivo così da raggiungere le alte temperature indispensabili alla lavorazione del ferro.
Rappresentazione grafica elaborata al computer ricostruendo come si presentava l'opificio quando era attivo.
Una derivazione portava l'acqua ad una vasca di carico da cui partivano due canalette, una alimentava la "bót de l'òra", dalla quale usciva poi il tubo dell'aria ossigenata che arrivava alla fucina, l'altra portava alla ruota idraulica.
La vasca di carico era usata anche come lavatoio vista la presenza della lastra di pietra inclinata.
Rappresentazione grafica elaborata al computer ricostruendo come si presentavano i mulini al Bailo quando erano attivi.
L'alveo della Roggia di Calavino, con le sue impetuose cascate, affiancava il mulino Aldrighetti-Scalfi, con la sua ruota idraulica, e scendeva poi a sfiorare l'edificio sottostante.
Qui una derivazione, con le sue saracinesche, alimentava la "bót de l'òra", la canaletta che portava al mulino del conte Sizzo Giuseppe e quella più lunga che portava alla ruota del mulino Lutterini Antonio "Galinòta". Ogni utilizzo aveva poi il canale di scarico per il ritorno dell'acqua nella roggia.
I Mulini al Bailo, così chiamati dal toponimo della località, sono un complesso di edifici, ristrutturati negli anni ’90 del ‘900, posti sulla sponda in sinistra orografica della Roggia di Calavino poco sotto l'abitato.
Questo tratto del corso d’acqua è caratterizzato da un notevole dislivello con una serie di cascate, condizione favorevole in passato per movimentare proficuamente le ruote idrauliche.
Nel 1860 si fa riferimento alla presenza qui del mulino del conte Giuseppe Sizzo e di quello di Lutterini Antonio "Galinòta” (1815-1923):
Rappresentazione grafica elaborata al computer ricostruendo come si presentava l'opificio quando era attivo.
In primo piano l'alveo della Roggia di Calavino, la derivazione coperta con la saracinesca che permetteva l'afflusso di acqua, un'altra saracinesca che permetteva il deflusso dell'acqua in eccesso da un canale di scarico, una terza saracinesca per l'immissione sulla ruota, la ruota idraulica ed il foro per il ritorno dell'acqua nella roggia.
Il Mulino a Venzòn, così chiamato dal toponimo della località, detta anche Pontára, è il secondo edificio che si incontra sulla sponda in destra orografica del corso della Roggia, risalendo la Forra di Canevài.
Nella mappa del 1860 è qui segnalata la presenza di una ruota idraulica ed al catasto risultava di proprietà degli eredi Gianordoli Massimiliano, vi si macinavano i cereali.
Rappresentazione grafica elaborata al computer ricostruendo come si presentava l'opificio quando era attivo.
In primo piano l'alveo della Roggia di Calavino, la derivazione con la canaletta, il bacino di carico, la ruota idraulica ed il ritorno dell'acqua nella roggia.
Sul lato opposto del cortile, recintato da mura, l'ingresso dall'allora strada imperiale.
L’ultimo edificio che si trova lungo il sentiero della Val dei Canevai, attualmente casa civile di abitazione, era un tempo un mulino per la macinazione dei cereali.
La ruota idraulica non era segnata nella mappa storica del 1860, ma gli anziani lo ricordano in attività e la vecchia canaletta di derivazione in pietra, che si vede in primo piano sulla foto, lo testimonia.
Un certo Lutterini Odorico fu Odorico è stato comunque fra i firmatari della petizione del 1819, che vantavano diritti sull'uso dell'acqua della roggia di Calavino in qualità di proprietari della stessa, come risulta dal documento qui riportato:
Questo mulino sfruttava l'acqua della Roggia di Ranzo o Rio Valbusa.
È uno dei più antichi documentati in Trentino anche se non conosciamo l'anno di costruzione.
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A pag 147 del libro di Giuseppe Sebesta
Prima della cascata davanti a casa Pisoni "Biasi", illustrata nella prima foto, una parte dell'acqua veniva deviata su una canaletta in pietra per azionare le ruote idrauliche poste su questo edificio.
La roggia si allontana poi dalla casa, visibile sullo sfondo della seconda foto, incuneandosi con una serie di cascate nell'orrido della val dei Canevai.
Ha messo a disposizione dell'Archivio della Memoria le sue foto, i suoi disegni ed i suoi testi con licenza cc-by.
In Archivio sono presenti anche materiali da lui conservati:
A dirla correttamente si tratta di un mazzetto di "Stipa pennata" o "lino delle fate piumoso", pianta perenne poco diffusa in valle, che fiorisce tra maggio e luglio. Le spighette esposte al sole e al caldo si aprono diventando piumose.
Nelle foto si vede lo stesso mazzo nelle due diverse situazioni.
Lo si usa per addobbare i cappelli tirolesi insieme all'immancabile piuma, ma quello che riportiamo qui è il gioco dei "boacéti".
Emanuele Pisoni, classe 1948 di Calavino, lo faceva da bambino con gli amici.
I ragazzi preparavano un mazzetto di quest'erba che cresceva solo in un luogo a Calavino, lo intingevano nella calce conservata nel “calcinèr” e lo lanciavano sul muro di una casa. Si spiaccicava e rimaneva attaccato per breve tempo alla parete come una “boàcia” (escremento di vacca), di qui il nome del gioco. Vinceva chi la faceva rimanere più tempo sulla parete. Gli raccontavano che quelli più vecchi di lui li intingevano proprio nelle "boàce".
Ci conferma questa versione Dolores Zuccatti, classe 1933 di Ciago, che andava con la sua amica Luigia poco sopra il paese a ricercare quest'erba particolare e difficile da trovare, che chiamavano "molina". Ne raccoglievano uno stelo qua ed uno là, finché riuscivano a farsi il loro mazzetto. Rientrate in paese, infilzavano gli spuntoni sporgenti dalle spighe nelle "boàce", che si trovavano frequenti nelle vie sterrate o selciate, e si divertivano a lanciarle lontane.