Anche nell’edificio in Via Borgo 10 un mulino venne trasformato in falegnameria, questa volta dai Gentilini, che proseguirono la loro attività fino al 1966.
Terminava con questo edificio il canale di derivazione della Roggia Grande. Dopo aver fatto girare l’ultima ruota idraulica di Vezzano, l’acqua che ne usciva si univa a quella di una vicina sorgente per tornare poi nella Roggia Grande poco più a sud.
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Il lavoro unitario di ricerca sugli opifici ad acqua della Valle dei Laghi, curato da Ecomuseo prima della nascita dell'Archivio della Memoria, è qui consultabile, nello specifico a pag. 18-22:
È nell’edificio in Via Borgo 18 che i Tecchiolli hanno iniziato la loro attività di panificatori prima di trasferirsi a Cavedine.
Avevano iniziato come fabbri, poi sono passati alla macinazione ed infine hanno aggiunto anche la panificazione.
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Il lavoro unitario di ricerca sugli opifici ad acqua della Valle dei Laghi, curato da Ecomuseo prima della nascita dell'Archivio della Memoria, è qui consultabile, nello specifico a pag. 39-41:
Rinomato scultore di Lasino nato il 15 febbraio 1876 e morto il 25 maggio 1966.
Per conoscere la vita e le opere di questo scultore rimandiamo all'approfondita ricerca svolta da un gruppo di lavoro con capofila il Comune di Madruzzo:
In Via Borgo 20 Guido e Mario Pardi, provenienti da Roseto degli Abruzzi, hanno lavorato la ceramica dal 1931 al 1966.
La loro produzione artistica si è avvalsa anche della preziosa collaborazione con il noto artista di Lasino Francesco Trentini, al quale è dedicato un sito:
Nell’edificio in Via Borgo 22, nel 1979 si è fermato il mulino Garbari, l’ultimo alimentato dalla ruota idraulica a Vezzano, cosa ormai rara, tanto da essere documentata sulla neonata rete televisiva RAI 3, secondo quanto ci viene raccontato.
Non sappiamo da quando era in funzione, ma per almeno un paio di secoli ha dato lavoro e sostentamento alla famiglia Garbari, che ad inizio '900 ha sostituito il mulino a pietra con uno metallico a cilindri rendendo la produzione molto più rapida.
I pezzi del mulino a cilindri, smontati e numerati, sono stati conservati nell’ipotesi di una futura ricostruzione da parte della Comunità di Valle.
Una coppia di macine (palmenti) del precedente mulino a pietra è conservata al Museo degli Usi e Costumi della Gente Trentina di San Michele all’Adige ed una macina è inserita nell’aiuola della pace presso il teatro di Valle a Vezzano.
Come in tutte le famiglie, anche in questa qualcuno ha cambiato attività: Quintino e il figlio Giuseppe tra il 1949 e il 1951 si sono dedicati alla falegnameria occupandosi di un settore particolare: la costruzione delle botti.
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Il lavoro unitario di ricerca sugli opifici ad acqua della Valle dei Laghi, curato da Ecomuseo prima della nascita dell'Archivio della Memoria, è qui consultabile, nello specifico a pag. 29 - 33:
La diramazione della Roggia Grande realizzata in funzione degli opifici di casa Broschek, poi Bassetti, è stata realizzata con una condotta in muratura ed una chiusa. È ancora funzionante.
Francesco, Cosmino, Attilio, Renzo, Valentina sono impeganti nella fienagione in Gazza: chi a rastrellare il fieno, chi ad assicurare il carico al "broz", carro a due ruote trainato da buoi adatto a scendere dalla montagna.
Video realizzato da alcuni volontari di Vigo Cavedine in occasione del Natale 2021. Attraverso alcune fotografie e un racconto in dialetto trentino si è voluto rievocare la storia della Vicinia Dònego di Vigo Cavedine, un’associazione secolare di cui facevano parte (e ne fanno parte tuttora i discendenti) le antiche famiglie di Vigo Cavedine (i cognomi: Bolognani, Comai, Cristofolini, Eccher, Galetti, Lever, Luchetta, Manara, Merlo, Turrina e Zambaldi).
L’origine della Vicinia si perde nella notte dei tempi, tra storia e leggenda, ed è il frutto di un lascito documentato da alcune pergamene a partire dal 1332.
Seppure con una funzione diversa, possiamo ancora vedere la breve derivazione della Roggia Grande che portava alla fucina Manzoni. Da lì partiva un canale (doccia), prima in legno e poi sostituito con uno in ferro, che fiancheggiava l'edificio e portava l'acqua sopra le ruote idrauliche. L'acqua tornava quindi subito nella roggia: energia rinnovabile al 100%.
Nel tratto della Roggia Grande che fiancheggia la SS45bis poco sopra l'abitato di Vezzano parte la derivazione che alimenta il bacino di carico dei Manzoni.
Una paratoia metallica regolabile con una saracinesca permette di gestire l’afflusso d’acqua nella diramazione.
Su questa piccola sezione della mappa del catasto austriaco del 1860 sono indicate le ruote idrauliche attive in quel momento a Vezzano sulle case all'entrata del paese ed il ponte che superava la Roggia Grande con quella che un tempo era l'unica via di accesso al paese per chi veniva da Trento.
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Lavorazione del rame
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In questo edificio Franco Manzoni continua l'attività storica di famiglia di lavorazione artigianale del rame, con vendita dei prodotti, iniziata dal bisnonno Pietro nell'edificio che si trova poco sotto a questo:
Il laghetto artificiale dei Manzoni, in parte svuotato, permette di vedere bene il bacino di carico e la condotta che porta alla turbina per l'autoproduzione di energia elettrica, interna all'edificio.
Un tempo il bacino era a servizio delle numerose ruote idrauliche presenti su questo edificio e su quelli sottostanti, garantendo un più costante afflusso di acqua.
Dietro la vasca si intravede l'acqua in entrata proveniente da una derivazione della Roggia Grande.
Queste tracce testimoniano ancor oggi il punto in cui la derivazione principale della Roggia Grande andava a sfiorare i caseggiati lungo via Borgo, che ospitavano diversi opifici, a partire dalla fucina Aldrighetti.
Questa derivazione è stata dismessa e completamente chiusa nel 2001 subito dopo le grandi piogge seguite da esondazioni.
La tromba idroeolica, in dialetto locale "bót de l'òra", era una macchina che utilizzando l'acqua produceva aria. Era stata introdotta in siderurgia verso la fine del 1500 al posto dei mantici. Il termine dialettale fa riferimento alla forma di botte e alla produzione della corrente d'aria, che tipicamente nella nostra zona è l'òra del Garda.
Era costituita da una botta in pietra. Nella copertura della botte c'erano due fori: uno grande da quale entrava l'acqua che vi arrivava da un alto tubo alimentato da una derivazione dalla roggia; uno piccolo dal quale usciva l'aria compressa dentro un tubo che arrivava alla fucina mantenendo quindi il fuoco vivo così da raggiungere le alte temperature necessarie a lavorare i metalli.
Prima di arrivare alla botte una griglia fermava eventuali materiali portati dalla corrente come sassi e ramaglie.
Nella parte superiore del tubo d'entrata c'erano delle feritoie da cui entrava altra aria che veniva portata in basso dall'acqua.
All'interno della botte vi era una pietra, o una traversa di legno, su cui, dopo aver compiuto il salto, l'acqua si frangeva producendo l'aria. In fondo c'era poi un'apertura a sifone che permetteva all'acqua di uscire e tornare alla roggia.
Il fabbro, dall'interno della sua fucina, mediante una leva, sollevava od abbassava la paratoia esterna che permetteva l'ingresso dell’acqua nella botte, mettendo così
in moto o fermando il meccanismo.
Si vede qui la parte sopraelevata dal terreno della tromba idroeolica, in dialetto locale "bót de l'òra", della fucina Aldrighetti.
Nella copertura in pietra della botte si vedono due fori: dal foro grande entrava l'acqua che vi arrivava da un alto tubo alimentato da una deviazione della Roggia Grande; dal foro piccolo usciva l'aria compressa dentro un tubo che arrivava alla fucina mantenendo quindi il fuoco vivo così da raggiungere le alte temperature necessarie alla lavorazione del ferro.
Copricapo che scende fino al collo, spesso con dei lacci per fermarlo sotto il collo. Se anticamente era utilizzata da tutti, l'uso è andato via via affievolendosi per gli uomini e poi anche per le donne, mentre è rimasta in uso più a lungo per i neonati.
Questa ripresa è stata effettuata all'interno del progetto cerealicoltura rivolto a tutte le scuole del comune di Cavedine, dalla scuola dell'infanzia alla scuola secondaria di primo grado, voluto dal Comune di Cavedine e gestito da Ecomuseo della Valle dei Laghi. Questa è una delle lezioni rivolte alle classi prime della secondaria, si avvale della collaborazione di Luigi Bertoldi e Paolo Zanoni, esperti della Fondazione Edmund Mach.
I ragazzi seguono così dal vivo la crescita del frumento che avevano visto seminare nella precedente lezione: