Video realizzato da alcuni volontari di Vigo Cavedine in occasione del Natale 2021. Attraverso alcune fotografie e un racconto in dialetto trentino si è voluto rievocare la storia della Vicinia Dònego di Vigo Cavedine, un’associazione secolare di cui facevano parte (e ne fanno parte tuttora i discendenti) le antiche famiglie di Vigo Cavedine (i cognomi: Bolognani, Comai, Cristofolini, Eccher, Galetti, Lever, Luchetta, Manara, Merlo, Turrina e Zambaldi).
L’origine della Vicinia si perde nella notte dei tempi, tra storia e leggenda, ed è il frutto di un lascito documentato da alcune pergamene a partire dal 1332.
Seppure con una funzione diversa, possiamo ancora vedere la breve derivazione della Roggia Grande che portava alla fucina Manzoni. Da lì partiva un canale (doccia), prima in legno e poi sostituito con uno in ferro, che fiancheggiava l'edificio e portava l'acqua sopra le ruote idrauliche. L'acqua tornava quindi subito nella roggia: energia rinnovabile al 100%.
Nel tratto della Roggia Grande che fiancheggia la SS45bis poco sopra l'abitato di Vezzano parte la derivazione che alimenta il bacino di carico dei Manzoni.
Una paratoia metallica regolabile con una saracinesca permette di gestire l’afflusso d’acqua nella diramazione.
Su questa piccola sezione della mappa del catasto austriaco del 1860 sono indicate le ruote idrauliche attive in quel momento a Vezzano sulle case all'entrata del paese ed il ponte che superava la Roggia Grande con quella che un tempo era l'unica via di accesso al paese per chi veniva da Trento.
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Lavorazione del rame
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In questo edificio Franco Manzoni continua l'attività storica di famiglia di lavorazione artigianale del rame, con vendita dei prodotti, iniziata dal bisnonno Pietro nell'edificio che si trova poco sotto a questo:
Il laghetto artificiale dei Manzoni, in parte svuotato, permette di vedere bene il bacino di carico e la condotta che porta alla turbina per l'autoproduzione di energia elettrica, interna all'edificio.
Un tempo il bacino era a servizio delle numerose ruote idrauliche presenti su questo edificio e su quelli sottostanti, garantendo un più costante afflusso di acqua.
Dietro la vasca si intravede l'acqua in entrata proveniente da una derivazione della Roggia Grande.
Queste tracce testimoniano ancor oggi il punto in cui la derivazione principale della Roggia Grande andava a sfiorare i caseggiati lungo via Borgo, che ospitavano diversi opifici, a partire dalla fucina Aldrighetti.
Questa derivazione è stata dismessa e completamente chiusa nel 2001 subito dopo le grandi piogge seguite da esondazioni.
La tromba idroeolica, in dialetto locale "bót de l'òra", era una macchina che utilizzando l'acqua produceva aria. Era stata introdotta in siderurgia verso la fine del 1500 al posto dei mantici. Il termine dialettale fa riferimento alla forma di botte e alla produzione della corrente d'aria, che tipicamente nella nostra zona è l'òra del Garda.
Era costituita da una botta in pietra. Nella copertura della botte c'erano due fori: uno grande da quale entrava l'acqua che vi arrivava da un alto tubo alimentato da una derivazione dalla roggia; uno piccolo dal quale usciva l'aria compressa dentro un tubo che arrivava alla fucina mantenendo quindi il fuoco vivo così da raggiungere le alte temperature necessarie a lavorare i metalli.
Prima di arrivare alla botte una griglia fermava eventuali materiali portati dalla corrente come sassi e ramaglie.
Nella parte superiore del tubo d'entrata c'erano delle feritoie da cui entrava altra aria che veniva portata in basso dall'acqua.
All'interno della botte vi era una pietra, o una traversa di legno, su cui, dopo aver compiuto il salto, l'acqua si frangeva producendo l'aria. In fondo c'era poi un'apertura a sifone che permetteva all'acqua di uscire e tornare alla roggia.
Il fabbro, dall'interno della sua fucina, mediante una leva, sollevava od abbassava la paratoia esterna che permetteva l'ingresso dell’acqua nella botte, mettendo così
in moto o fermando il meccanismo.
Si vede qui la parte sopraelevata dal terreno della tromba idroeolica, in dialetto locale "bót de l'òra", della fucina Aldrighetti.
Nella copertura in pietra della botte si vedono due fori: dal foro grande entrava l'acqua che vi arrivava da un alto tubo alimentato da una deviazione della Roggia Grande; dal foro piccolo usciva l'aria compressa dentro un tubo che arrivava alla fucina mantenendo quindi il fuoco vivo così da raggiungere le alte temperature necessarie alla lavorazione del ferro.
Copricapo che scende fino al collo, spesso con dei lacci per fermarlo sotto il collo. Se anticamente era utilizzata da tutti, l'uso è andato via via affievolendosi per gli uomini e poi anche per le donne, mentre è rimasta in uso più a lungo per i neonati.
Questa ripresa è stata effettuata all'interno del progetto cerealicoltura rivolto a tutte le scuole del comune di Cavedine, dalla scuola dell'infanzia alla scuola secondaria di primo grado, voluto dal Comune di Cavedine e gestito da Ecomuseo della Valle dei Laghi. Questa è una delle lezioni rivolte alle classi prime della secondaria, si avvale della collaborazione di Luigi Bertoldi e Paolo Zanoni, esperti della Fondazione Edmund Mach.
I ragazzi seguono così dal vivo la crescita del frumento che avevano visto seminare nella precedente lezione:
palla dura che si usa nel gioco delle bocce. La pallina piccola alla quale ogni giocatore cerca di avvicinare a turno le sue quattro bocce è chiamata boccino - bocin.
Bocia pò assumere anche altro significato:
La roggia scorre ora interrata all'interno del paese di Fraveggio. Un tempo scendeva dalla cascata del torrione e scorreva in superficie di fianco al vicolo dei mulini che poi attraversava raggiungendo il mulino dei Burati. Sopra quel tratto di attraversamento della roggia c'era una lastra di pietra, di cui il pezzo qui fotografato rimane testimone.
Gli attuali proprietari, attenti alle tradizioni, hanno recuperato dai muri dell’orto due macine in pietra, le hanno ripulite e posizionate accanto all’entrata del vecchio mulino per recuperare così alla memoria l’originale utilizzo della casa in cui vivono.
Si tratta di una coppia di macine (palmenti) dalla struttura ben identificabile, poste una sopra l'altra e appoggiate inclinate al muro.
La macina inferiore, che rimaneva fissa, è qui in parte coperta dall'altra ma si può notare l'orlo in pietra e l’apertura laterale che portava la farina nel buratto o in un sacco.
La macina superiore, rotante, è qui posizionata in modo da vedere la faccia inferiore incavata, che combaciava perfettamente con quella inferiore convessa. Si notano inoltre le scanalature, che favorivano la macinazione del grano e la fuoriuscita della farina, gli incassi a farfalla, nei quali era incastrata una sbarra di ferro (nottola) fissata all'albero rotante della macina passante per il foro centrale della macina inferiore, ed il foro centrale dal quale entrave il grano.
Mezza macina del mulino Faes, ramo "Nocènti", è ora inserita in un muro del loro cortile. Le macine venivano martellinate (rabbigliate) più volte in modo che continuassero a macinare, ma quando questa operazione non era più possibile venivano sostituite, perdevano così la loro funzione e venivano utilizzate come pietra da costruzione.
Questo mulino ha macinato presumibilmente tra il 1830 e il 1910 o poco meno, da qui la datazione della macina.