Stanza solitamente al pian terreno in cui venivano posti gli attrezzi agricoli: carri, macchinari, utensili per la campagna e prodotti da seccare.
In alcuni luoghi questa stanza era sul solaio, talvolta raggiungibile attraverso ponti.
"Laste" di pietra venivano un tempo largamente utilizzate per pavimentazioni, per realizzare piccoli "ponti", delimitare confini... quelle piccole venivano usate anche per giocare.
Questo termine ricorre anche come toponimo di luoghi dove queste venivano estratte.
Questa lastra di pietra fungeva da ponte lungo il sentiero della "Val dei Molini" sopra la derivazione a servizio dei mulini. Si trova poco sotto l'attuale ponte in legno che attraversa la roggia.
Una paratoia a monte permetteva di limitare l'afflusso dell'acqua nella roggia e deviarla nella derivazione a servizio del mulino di legno scomparso e poi a catena dei mulini Zuccatti, Eccel, Cappelletti, tutti forniti di ruote idrauliche del tipo a cassetta, mosse dall’acqua condotta dalla “doccia”, un canale mobile in legno posizionato in modo da formare una cascata ed imprimere così sufficiente forza alla ruota anche in presenza di rogge come questa con una portata limitata.
Data la posizione in cui giace questa pietra incavata faceva presumibilmente parte del vecchio mulino di legno scomparso. La foto da lontano ne permette la localizzazione rispetto al'ex mulino Cattoni, la foto da vicino può aiutare a capire la sua funzione a chi è più esperto di noi in questo settore. Cerchiamo indicazioni e le aspettiamo anche dai nostri visitatori.
Il mulino Eccel, accuratamente segnalato nel catasto asburgico del 1860, apparteneva alla famiglia di Giuseppe Eccel ed ha smesso la sua attività nei primi anni Quaranta del Novecento.
All’esterno è stato posizionato l'antico pestino in pietra da due cavità lì utilizzato. Grazie all’energia impressa dalla ruota idraulica dei pali di legno con punta in metallo si muovevano su e giù nei pestini, muovendo i chicchi dell’orzo o altri cereali liberandoli così dalla buccia.
Il mulino Zuccatti accuratamente segnalato nel catasto asburgico del 1860, apparteneva alla famiglia di Bernardo Zuccatti. Ha chiuso l'attività già prima del 1880, non essendo segnalato fra i tre presenti a Ciago nella «Relazione statistica della camera di Commercio e d'Industria in Rovereto per l'anno 1880», ma la ruota è rimasta lì fino al 1952, quando se n'è fatto legno da ardere.
Percorrendo la “val dei Molini” si notano frequenti tracce della presenza di questa attività molitoria: la pietra che faceva da ponte sopra le derivazione, alcune macine e un pestino.
Le macine, a causa dell’usura, venivano sostituite e spesso utilizzate come materiale di costruzione oppure abbandonate dove non disturbavano, in questo caso a bordo strada. Una delle vecchie macine è stata valorizzata come elemento decorativo nel giardino di una nuova costruzione.
L'antico pestino in pietra dei Zuccatti aveva una sola cavità. Grazie all’energia impressa dalla ruota idraulica un palo di legno con punta in metallo si muoveva su e giù nel pestino, muovendo i chicchi dell’orzo o altri cereali liberandoli così dalla buccia.
Un ponte metteva in collegamento diretto il sentiero soprastante con la soffitta sul retro della casa; al suo fianco c'era la canaletta in legno della derivazione che portava l'acqua sopra la grande ruota posta dove ora c'è la finestra. Tra la porta e la ruota c'era una un'alta lastra di pietra che impediva agli schizzi di bagnare l'entrata dell'edificio. Osservando la casa, anche se manca ora di tutti questi elementi, li possiamo ricostruire mentalmente.
Particolarmente preziosa per poter ricordare questo mulino è la testimonianza di Antonia Zuccatti dal minuto 3:40 al 5:56 qui presente:
Di questo mulino ci sono giunti solo ricordi tramandati per cui non sappiamo datarne l'esistenza.
Per quel che ne sappiamo si trovava tra il Mulino Cattoni ed il Mulino Zuccatti, era in legno, macinava la farina, sfruttava una derivazione che poi andava ad alimentare anche i mulini sottostanti e probabilmente apparteneva alla famiglia Zuccatti ancora oggi proprietaria del terreno.
Percorrendo la “Val dei molini”, proprio sopra il ponticello che attraversa la roggia è ancora presente una delle macine per metà sporgente dal suolo e subito sotto il ponte una lastra di pietra testimonia il luogo esatto dove passava la derivazione.
Nel luogo dove si trova la macina c'è un pezzetto piano che, secondo i ricordi tramandati, ospitava appunto il mulino. Poco sopra giace una grande pietra incavata.
Particolarmente preziosa per poter ricordare questo mulino è la testimonianza di Antonia Zuccatti dal minuto 1:59 al 4:20 qui presente:
Il mulino di Valentino Lucchi, un alto edificio eretto con muri in pietra, era situato un tempo all’altezza della “curva del feràr” località posta nella parte alta del paese sulla strada che porta in loc. Mondal. Ricordato dagli anziani del paese, l’opificio ospitava una vecchia fucina, demolita al termine degli scontri bellici. Questa fu inaugurata sicuramente dopo il 1860, come dimostrano le linee tratteggiate rosse presenti nella mappa catastale asburgica disegnata in quell’anno.
All’interno dell’edificio c’era il maglio collegato alla ruota idraulica, il cui martellio acuto si sentiva fino in Gazza, la forgia alimentata dalla “bot de l’òra”, l’incudine e tutta la strumentazione tipica dei fabbri. All’esterno c’era il “travai” per la ferratura di buoi e cavalli di cui si servivano quelli di Ciago ma anche dei paesi del vicinato; al tempo una strada proveniente da Covelo e Monte Terlago arrivava a Ciago poco sopra la “curva del feràr” e nella “val dei molini”.
Per garantire un più costante e forte afflusso di acqua alla ruota idraulica, fu costruita poco sopra una vasca di carico dotata di dimensioni considerevoli (larga 3 m, lunga 1,5 m e profonda 70-80 cm) alimentata dal rio Valachel e collegata a un canale di legno chiamato “doccia” che faceva cascare l’acqua sulla ruota.
I ragazzi del tempo usavano la “vasca del feràr” per divertirsi e fare il bagno. Ci racconta Ivo Cappelletti che una volta, uscito dalla vasca, non ha più trovato le sue scarpe, qualcuno gliele aveva portate via. Le scarpe erano un bene prezioso, se ne possedeva un unico paio, alla domenica si passavano con la fuliggine in modo che tornassero belle nere.
Valentino saliva da Vezzano al mattino e tornava a casa la sera; a mezzogiorno uno dei suoi famigliari gli portava il pranzo. Forse la presenza di un fabbro di Vezzano a Ciago è legata al fatto che sua madre, Albina Zuccatti, era proprio originaria di qui.
Verso la metà degli anni Quaranta del Novecento chiuse questa attività; c’è chi lo ricorda scendere col carro pieno della sua attrezzatura e del legname ricavato dallo smontaggio del tetto.
I nuovi proprietari del terreno demolirono poi il rudere inutilizzato per non dover pagare le tasse. Sulla curva del feràr ora non rimane nessuna traccia della fucina.
L’officina di Valentino Lucchi proseguì poi la sua attività a Vezzano, nella casa di famiglia all’incrocio tra via Borgo e via Ronch, coi figli Mario, Elio e Bruno Lucchi e l’uso di macchinari elettrici. Rimontarono a Vezzano il “travài” poco lontano dal loro laboratorio, nello slargo dei Tecchiolli accanto all’attuale parco giochi. Nel 1959 i contadini di Ciago si dotarono, attraverso la società che gestiva il locale caseificio, di un proprio “travài” che posizionarono nella stradina dietro al caseificio stesso: era più semplice far arrivare lì il maniscalco che portare tutti gli animali a ferrare a Vezzano.
Poco distante dall'edificio che ospitava il mulino Cattoni si vede il corso naturale della roggia; accanto alla casa: il letto della derivazione, una ampia concrezione di travertino, qui chiamato tufo, laddove passava il canale di derivazione che portava alla "doccia", il perno di una delle ruote idrauliche.
Al plurale fa "tóvi".
Il detto "Stà lontan dai tóvi se nó te vòi ciàpar sassi en le gambe!" viene utilizzato genericamente per dire di stare lontano dai pericoli e dalle liti.
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Può avere anche un altro significato:
Al plurale fa "tóvi".
Il termine "tufo" indica propriamente una roccia di origine vulcanica, ma laddove queste non ci sono esso viene usato per indicare anche altre rocce leggere e facilmente lavorabili, nel nostro caso il travertino.
Il travertino è una roccia calcarea di deposito chimico, porosa e leggera che si forma soprattutto in prossimità di sorgenti e cascate per precipitazione del carbonato di calcio presente nell'acqua. Un tempo nella Valle dei Laghi veniva estratto, tagliato ed utilizzato quale materiale da costruzione.
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Può avere anche un altro significato: