Il funaio, in dialetto "fumàdro", tagliava ed intrecciava le pelli per costruire le funi che poi vendeva.
Il termine funaiolo è specifico di chi fa le funi.
Questa "fum" è stata costruita da un "fumadro" usando lunghe strisce intere di pelle di vacca.
Nella seconda foto si vede la parte terminale della fune, la coda, chiamata "méla".
Nella terza foto si vede la posizione che andrà ad assumere il "réghel" nell'apposito incavo dopo il passaggio della corda.
Strumento utilizzato per pulire le granaglie.
È formato da un telaio cilindrico di legno dal diametro di circa 50 cm al quale è fissata una rete metallica con una bassa assicella inchiodata all'estremità del telaio.
Correggiato in evidente stato di usura con gómbina di cuoio. La capocchia del manico è rivestita da un cilindro di ferro con due anelli dentro cui passa la gómbina di cuoio. Il manico, fessurato, è rinforzato con giri di fil di ferro; la vetta è rotta.
Correggiato in buono stato con gómbina di corda. La capocchia del manico è rivestita da un cilindro di ferro con un anello dentro cui passa la gómbina di corda.
Strumento per battere cereali e legumi formato da due bastoni di lunghezza diversa collegati da un pezzo di corda o cuoio (gómbina-"coréza") passante per i fori sulle estremità dei pali (capocchia).
Si sollevava il manico (palo lungo-"mànec"-"flaìm"-"fiaìm") al di sopra della testa e si batteva la vetta (palo corto-"veta") sul mucchio di cereali posti a terra. Era un movimento continuo e faticoso, spesso fatto insieme ad altri, che prevedeva coordinazione dei movimenti per non incorrere in dolorosi urti.
Grande contenitore in legno con coperchio completamente stagno all'interno, per cui se ne presume un uso per contenere liquidi, ma quali? Acqua?
Qualcuno ha esperienza di contenitori simili?
Condividete le vostre conoscenze con archiviomemoria@ecomuseovalledeilaghi.it
Grazie.
In questa casa disabitata da tempo sono rimaste le scale utilizzate normalmente: sono in legno e ripide per occupare poco spazio. Come talvolta accadeva non hanno una ringhiera, invece sono dotate di un corrimano, utile in assenza di ringhiera.
Sono visibili anche una parete portante in muratura e due tramezze in "malta 'n paia".
Come da tradizione le pareti che separano le stanze sono, in questa casa disabitata da tempo, realizzate con listelli di legno orizzontali inframezzati da un composto di calce e paglia. Oltre l'assito in legno, si intravede la continuazione al piano superiore.
Questa defogliatrice manuale auto-costruita non è storica ma proprio per la lavorazione manuale che prevede ne ha le caratteristiche. Viene montata per ripulire le olive dalle foglie.
Le olive vengono inserite nella bocchetta superiore. La grata ferma i rametti, il resto passa di sotto e scorre sulla base inclinata. Le foglioline si infilano tra i legni e cadono a terra mentre le olive, a fine corsa, finiscono su un telo ai piedi della defogliatrice pronte per essere portate al frantoio.
Attrezzo formato da una tavoletta metallica con lamine sporgenti da un lato e cinghia di pelle dall'altro. La cinghia veniva inserita nella mano e sfregando gli animali con le lamine di ferro si toglieva loro lo sporco dal mantello.
Liquido denso e appiccicoso che esce dall'imboccatura del tubo della stufa quando si forma un consistente deposito di fuliggine all'interno delle pareti del camino.
Territorio e paesi che si trovano ai piedi del monte Gazza, chiamato localmente anche Gagia. Storicamente è stato anche nome di comunità.
Nei documenti storici lo troviamo anche nelle forme Pié di Gaza o Pè de Gagia.
Per una maggiore conoscenza si invita alla lettura della parte introduttiva del libro
La Paganella proietta la sua ombra sulla parte alta della parete Sud del Monte Becco di Corno, un'ombra che disegna un enorme abete, "pézza" in dialetto locale, essa si fa sempre più evidente tra le 10 e le 11 ora solare, per poi affievolirsi e scomparire dopo mezzogiorno. È dunque un orologio solare naturale che, considerati i quasi 2000 metri di altitudine, è visibile in un vasto territorio.
Ai nostri valligiani contadini e pastori, privi di orologio, l'osservazione e l'identificazione di quell'ombra era ovvia e per fortuna non è stata distrutta dalla costruzione della strada.
Il messaggio offerto dall'ombra era per loro chiaro: per i pastori era ora di avviarsi verso casa con le bestie al pascolo, per i contadini era ora della pausa per il pranzo e presto sarebbe arrivato qualche bambino a portare il pranzo. I contadini infatti, se erano lontani da casa, si fermavano in campagna e consumavano il pranzo all'ombra di qualche albero, per poi continuare il loro lavoro senza dover rifare di nuovo la strada. Era invece compito dei bambini e delle bambine portare il pranzo ai genitori.
Così ne parlava Nereo Cesare Garbari in un articolo del 1970 riportato a pag. 13 del notiziario comunale, che invitiamo a leggere:
Sulle falde del Monte Gazza un'ombra che disegna un grande 1, alta una cinquantina di metri, si fa sempre più evidente tra le 9 e le 10 ora solare, per poi affievolirsi e scomparire dopo le 11. È dunque un orologio solare naturale visibile da diversi luoghi del "Pedegagia".
La si può osservare volgendo lo sguardo verso la strada di Ranzo, poco sotto il tracciato appena superata la "galleria" in salita.
Ai nostri valligiani contadini e pastori, privi di orologio, l'osservazione e l'identificazione di quell'ombra era ovvia e per fortuna non è stata distrutta dalla costruzione della strada.
Il messaggio offerto dall'ombra era per loro chiaro: per i pastori era ora di avviarsi verso casa con le bestie al pascolo, per i contadini era ora della pausa per il pranzo e presto sarebbe arrivato qualche bambino a portare il pranzo. I contadini infatti, se erano lontani da casa, si fermavano in campagna e consumavano il pranzo all'ombra di qualche albero, per poi continuare il loro lavoro senza dover rifare di nuovo la strada. Era invece compito dei bambini e delle bambine portare il pranzo ai genitori.
Così ne parlava Nereo Cesare Garbari in un articolo del 1970 riportato a pag. 12 del notiziario comunale, che invitiamo a leggere:
La traslazione di San Vigilio è raffigurata in marmo sull’altare maggiore della chiesa di Vezzano ed è attribuita al bresciano Domenico Italiani.
Rappresenta il passaggio da Vezzano della salma di San Vigilio trasportata dalla Rendena a Trento, dopo il martirio. Secondo la tradizione, la salma di San Vigilio sarebbe stata depositata per una notte nella chiesa di Vezzano.
Il paese, racchiuso da mura, è visto da sud attraverso la porta clesiana, ormai scomparsa.
In primo piano, assisi in cielo, i Santi Vescovi Vigilio e Valentino.
La data è ricavata dall'incisione sul retro dell'altare, che attesta la sua consacrazione il 31 ottobre 1773.
La tecnica utilizzata è quella della tarsia, che si differenzia dal mosaico per le maggiori dimensioni e la forma varia dei pezzi di cui si compone, che si incastrano tra loro originando superfici più compatte.
Fonti:
La fotografia ritrae una bambina di otto anni, in chiesa, nel giorno della sua Prima Comunione.
Come di consueto per l'epoca, indossa un vestito tradizionale ricamato e porta sul capo una coroncina con il velo in tulle anch'esso con dei ricami.
L'immagine raffigura dei contadini impegnati nella cura delle barbatelle.
Si tratta dell'azienda Sommadossi - Bernardi, una delle prime a produrre barbatelle nel paese di Padergnone.
Il luogo è situato in località "Le cime", ora zona residenziale.
Questa attività si è diffusa moltissimo nel paese, che vanta ancora oggi un alto numero di produttori.
"pùtela" si usa per indicare una giovane donna non sposata. Le donne che hanno raggiunto un età tale per la quale è presumibile che la loro situazione di non ammogliata sia permanente vengono chiamate "zitèle" o in tono dispregiativo "zitelóna".
L'uso di "cetìna" (bigotta) col significato di "zitella" deriva dal fatto che, spesso, in passato le donne nubili di una certa età non avevano altro che la religione a cui aggrapparsi.
Oltre che col significato utilizzato anche in italiano di donna alla quale si è legati da uno stretto rapporto di amicizia e confidenza, oltre al concetto di pettegola, "comare" in dialetto locale indica colei che segue la donna durante la gravidanza, il parto e il puerperio.