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E il medico scoppiò a piangere...In questo articolo, pubblicato su "Le Soir" del 17.08.1988, Yvonne Sommadossi, descrive la figura del suo medico di famiglia d'infanzia, il dottor Armand, attivo a Châtelet negli anni '40 e '50 e molto amato dalla comunità italiana locale. Traduzione: Avete un medico di famiglia? Il vero medico delle famiglie... un po' all'antica? Un dottore che, per definizione, vi ha visto nascere o partorire? Che ha guarito la miriade di pertosse, morbilli, scarlattine, varicelle dei vostri pargoli? Che ha tenuto la mano di vostro nonno quando è morto? Che conosce i vostri segreti più intimi senza che siate obbligati a confessarglieli? Che indovina che il calo di tensione della vostra figlia grande si chiama delusione amorosa e non depressione esistenzialista? Chi? Allora, siete molto fortunati! È prezioso, un medico di quel modello lì. Curatelo bene soprattutto. Oh! Rassicuratevi! Non vi chiederò il suo indirizzo per rubarvelo. Ho il necessario. La mia generalista si chiama Brigitte. È tanto giovane quanto efficace e comprensiva, perspicace. Non se ne parla nemmeno che la scambi con due discepoli di Esculapio del 1920. Sono due anni che la conosco. Il suo studio si trova in rue Malibran, in un quartiere pittoresco, ricco di colori e di djellaba dove ha scelto di esercitare per essere più vicina alla gente. Ma Brigitte, l'ho conosciuta... nel 1987, a Bruxelles. Non è lei che ho morso a cinque anni quando il medico curante della tribù Somadossi armeggiava nella mia gola con il pretesto delle tonsille. Non è lei, no, è il dottor Armand. Armand di nome. Perché evocarlo qui? Perché mi ha fatto un certo effetto, l'altra settimana, di ritorno nel mio paesello, scoprire, in rue de la Station, a Châtelet, un fruttivendolo al posto dello studio del dottor Armand. Pare che le sue figlie o i suoi nipoti, non lo so bene, avessero venduto la casa. Niente di drammatico in questo, certo. Tanto più che era passato un sacco di tempo da quando la targa di rame che menzionava il nome e gli orari di consultazione del medico era scomparsa dalla facciata, a sinistra della porta d'ingresso sotto il campanello. Eppure... La nostalgia essendo quello che era, l'alta silhouette del dottore mi apparve improvvisamente sulla soglia, borsa in mano, il trench color mastice. Poi, più niente. È qui che si era stabilito, neolaureato, negli anni 1947-1948. I primi tempi, faceva le sue visite a domicilio su una moto comprata di seconda mano. Poi, più tardi, fu in una Citroën traction avant nera, acquistata sempre di seconda mano. Il dottor Armand non si era arricchito sulla pelle dei suoi pazienti. Certamente no, in ogni caso, a scapito della comunità italiana all'interno della quale, dopo la guerra, si era forgiato una straordinaria popolarità. Senza cadere nel "tu" paternalistico, era un gentiluomo nel nobile senso del termine. Un simpaticone che accettava senza cerimonie la ciotola di minestrone che la moglie di Antonio, d'Angelo, di Guido o di Pietro gli offriva quando il freddo mordeva e gli restavano ancora una decina di malati da vedere a Pont-de-Loup prima di tornare a consultare in rue de la Station. Devo specificare che aveva imparato l'italiano mille volte più velocemente di quanto i "Ritals" si fossero affannati per cercare di cavarsela in francese?! Né che non avesse nulla di un distributore di certificati di compiacenza per ricchi? Ma il numero di bambini di emigrati che soffrivano di anemia che aveva spedito all'aria buona, invece, in colonie! Mi vedo bambina, con la coda di cavallo e le mutandine sulla bilancia del suo studio. L'ago indicava 38-40 buoni chili. La penna del Dr. Armand scriveva, invece, dieci libbre in meno sul mio libretto sanitario: "Dai su, magrolina! Hai bisogno di un mese di iodio a Cesenatico!", esclamava dandomi paternamente dei colpi sulle mie natiche rotonde. "Tua madre avrà così pace e tu, la possibilità di respirare l'azzurro del tuo paese...". Caro dottor Armand... Il caso, a volte... Siete morto improvvisamente a cinquantuno anni. All'età esatta, a un giorno di distanza, a cui spirò senza preavviso un paziente con cui avevate fraternizzato. Un minatore, volato al cielo, in una dolce notte di primavera il 19 aprile 1951, tra le braccia di sua moglie, a tre metri dai suoi quattro bambini addormentati. Mia madre mi ha raccontato che, chiamato d'urgenza all'alba al capezzale del defunto, eravate distrutto: "Vi giuro, Signora, vi giuro che nulla mi faceva pensare che se ne sarebbe andato così in fretta...". Prima di scoppiare a singhiozzare, la mano su quella del grande uomo disteso tutto rigido. Ero presente. Avevo quattro anni. Pare che mi aggrappassi serena e tranquilla al copriletto. Come potrei ricordarmi delle vostre parole? "Angelo, era il mio amico...". YVONNE SOMADOSSI.
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Tomba di Angelo SomadossiVediamo qui Yvonne Sommadossi sulla tomba di suo padre a Pont de Loup in Belgio, a 60 anni dalla morte. Sulla tomba il cognome di Angelo Sommadossi, originario di Ranzo, è scritto con una sola emme come spiega in un suo articolo Yvonne:
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GaleteDolce proveniente da Belgio e Francia e poi diffusosi con diverse varianti. Questo in foto è quello che è rimasto dopo che in gruppo abbiamo assaggiato le delizie che ci hanno portato i nostri emigrati in Belgio rientrati a Ranzo. Maria Pia Parisi ha preparato l'impasto alla sera e Elio Sommadossi li ha cotti al mattino. Ecco la ricetta delle galete di Maria Pia. Ingredienti: 700 gr zucchero, 1 kg di farina, 500 gr di burro, un pizzico di sale, uno yogurt naturale. Preparazione: Mescolare le uova con lo zucchero, aggiungere poi gli altri ingredienti incorporandoli man mano: il burro, la farina, il sale e lo yogurt. Lasciar riposare l'impasto e poi cuocerlo un mestolo alla volta nell'apposita piastra elettrica così da prendere la classica forma a nido d'ape.
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Allistante che mise piede nella Mericha : l'emigrazione transoceanica dal Trentino (1870-1914) : proposta didatticaQuesto volume presenta un percorso didattico rivolto alle classi terze delel scuole secondarie di primo grado ed in forma ridotta alle quinte della primaria (a pag. 9 le indicazioni). Si presenta come un'antologia di fonti differenziate (lettere, articoli di giornale, brani storiografici, poesie, canzoni...) organizzate secondo nuclei tematici ed all'interno di essi, quando possibile, in ordine cronologico. Ogni documento ha una spiegazione introduttiva ed è seguito da esercizi graduati di diversa tipologia per guidare gli studenti a compiere operazioni storiche. Fra i materiali presenti segnaliamo per quanto riguarda la Valle dei Laghi: doc. 20 a pag. 69-71: documento datato "Vezzano, 18 agosto 1882" scritto da un capoposto di gendarmeria all'I.R. Giudizio Distrettuale che ci offre una vivace presentazione di un ingaggiatore all'opera per convincere i residenti ad emigrare in Brasile. Vengono citate le famiglie che hanno aderito al suo invito. doc. 29 a pag 97: Certificato del Comune di Covelo che fa richiesta al Capitanato Distrettuale di Trento per ottenere il passaporto di Toman di Giovanni Merlo di Covelo
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Con una sola « M » come in ti amoIn questo articolo Yvonne Somadossi racconta di come ha imparato a scrivere le sue prime parole, in età prescolare, osservando la lapide del padre, dove il cognome riportava per errore una sola M: "Angelo Somadossi". È un'altra testimonianza di come Sommadossi e Somadossi si possano trovare usati talvolta indifferentemente, dei problemi che ciò può causare. Veniamo intanto a conoscere anche qualche aneddoto sulla scuola belga degli anni cinquanta. Traduzione: Con una sola "M" come in Ti amo Senza vantarmi, mi ha adorato per quattro anni. Ma quando, all'improvviso, se n'è andato, ammetto che ci ho messo un po' a rendermene conto. Dai, proprio il giorno prima, non ero forse ai suoi piedi e tra le sue braccia, sui suoi talloni e sulle sue ginocchia, aggrappata ai suoi lembi della giacca e al suo collo come al solito? No, quando mi lasciò, fu Mademoiselle Emilie, con i suoi occhi rossi, ad aprire i miei... a scuola, quasi un anno dopo. Stava facendo una lezione di disegno, senza parole, sul mio banco... all'improvviso capii. Finalmente capii. Lui e io, era finita. Davvero, davvero finita. Tagliente come il bisturi di una lettera anonima, infida e crudele, l'emozione della nostra maestra del terzo anno di scuola dell’infanzia mi aveva appena informato. Quando ci chiese, all'inizio di quel pomeriggio, di disegnare il ritratto di nostro padre, non si aspettava di scoprire un'immagine così concisa della mia. Un'immagine che avevo disegnato in completa serenità, preoccupandomi solo di non superare i limiti, ma che rappresentava, al centro di un grande quadrato, un po' decentrato, i tratti che tanto amavo e conoscevo: ANGELO SOMADOSSI 1900-1951. Ecco fatto. C'era qualcosa che non andava? No, no, mormorò dolcemente Mademoiselle Emilie, appoggiandosi alla panca per asciugarsi discretamente gli occhiali, è solo che non sapevo che stessi già scrivendo, o soprattutto che… "Ho imparato a leggere sulla tomba di mio padre!" la interruppi, quasi trionfante, cercando di nascondere con una finta nonchalance ciò che avevo appena intuito, sopraffatta, nel battito delle sue ciglia umide... E prevedere il futuro: i papà, o li mostravi come tutti gli altri, con un cappello, gli occhiali, la barba, la macchina, le bretelle, la cravatta, i pacchetti o il giornale, o non li mostravi mai perché non trovavi mai le gomme, i colori, le matite accuratamente sparite. E sempre di nuovo perse. Altrimenti, le signorine tiravano su col naso prima di sussurrare tra loro il tuo soggetto in fondo al cortile. E per inaugurare una parola divertente nei registri dopo la professione del padre: ded. E che dire di Brigitte Fossey in “Giochi proibiti"? Brigitte che interpreta Paulette, ossessionata da tutti i carri funebri e gli altari che inseguiva con il suo piccolo compagno Michel? Scusate, ma è stato proprio l'anno in cui il film è stato girato. No, se vi racconto questo piccolo aneddoto ora che la Festa del Papà del 1986 è ormai passata, è perché, come domenica scorsa, ci penso con un sorriso ogni volta che varco la soglia del silenzioso cimitero di Pont-de-Loup, dove mio padre riposa nella seconda navata a sinistra. Ci penso perché non indovinerete mai cosa simboleggia quella semplice iscrizione scolpita nella pietra, il legame unico tra il Pater familias e la figlia minore. Questo lascito (involontario da parte sua, postumo), lo preferisco a tutte le eredità, a tutti i vantaggi che un uomo ricco avrebbe potuto avere formalizzati davanti a Mastro Jacquet, notaio. È un ammiccamento consapevole che mi ha mandato dal cielo, e lo custodisco gelosamente come la pupilla dei miei occhi. Ascolta questo. In un momento in cui troppi figli di celebrità sospirano perché iniziano la loro vita indossando, ad esempio, il bavaglino “Reagan ou Fonda Junior” è più una maledizione, un difetto, o quantomeno un'invalidità superiore al 66% (menzionata in Belgio in fondo alla prima pagina di ogni dichiarazione dei redditi, a destra, vicino al numero del conto pensione) che una questione di fortuna... In un'epoca in cui le lamentele sulla difficoltà di farsi un nome gonfiano molte cose, a cominciare dagli occhi delle ragazzine e dalle tasche degli editori, in un'epoca in cui i figli poveri dei ricchi sputano nella minestra con il complesso schiacciante di un NOME TROPPO PESANTE DA SOPPORTARE, vorrei sottolineare che anche il più anonimo dei cognomi può, sotto la sua apparenza innocua, riservare i guai più brutti. Potrebbe persino, appena un po' più in là, farti finire in prigione per falsificazione e furto d'identità! Perché l'ho vissuto! Io, la figlia discreta di un... macho forse (non scontento del fatto che sua moglie si rivolga spontaneamente a lui in modo formale e che esegua alla perfezione i termini di riferimento da lui stabiliti all'inizio del matrimonio: un paio di ragazze, un paio di ragazzi, nell'ordine che preferisci, va bene, no?), ma certamente non di un esibizionista... Io, la degna figlia minore di un onesto ragazzo alto 1,88 m che, per vent'anni, ha interpretato meticolosamente il suo ruolo in bianco e nero (e più in nero che in bianco) nel ruolo di un minatore in profondità nella più estenuante delle superproduzioni, “notte e giorno, vado in prima linea”... Io, la bambina birichina la cui memoria fotografava voracemente le sue prime lezioni di lettura ai piedi di una tomba accogliente, come avrei potuto percepire che c'era stato un errore fin dall'inizio? Che il lapidaio, un mio connazionale nato a Venezia, avesse sbagliato a scrivere una M nel nome dell'amico defunto? Che la vedova e i suoi anziani non avessero avuto il coraggio di far rimuovere la lapide e far rifare l'iscrizione ad un amico che, in buona fede, aveva sempre creduto che Angelo fosse semplicemente scritto dopo la sigla SO? Dieci, quindici, vent'anni dopo, gli avvertimenti cominciarono a piovere da ogni parte. La scuola, per i diplomi; il consiglio comunale, che si chiedeva cosa avessi sbagliato con questo nome abbreviato, come se non fosse già abbastanza complicato; l'ufficio postale, la banca, i miei primi datori di lavoro; la mia famiglia, completamente sconcertata dai miei primi articoli pubblicati su Le Soir. "Beh! Da quando scrivi questo Somadossi abbreviato?". Fui molestata, bloccata, mi fu imposto di scrivere il mio cognome così come era stato registrato all'anagrafe, sotto la minaccia di molte... sanzioni, mascherate da processi, multe e... scusate? Ecco una foto della tomba di mio padre, signori. Perdonatemi, non la tradirò. Non cambierò mai nulla del nome immacolato (sniff) che un uomo onesto mi ha lasciato come sua unica eredità morendo. E lì ho interrotto la mia tirata, prima di passarmi stancamente una mano sul viso... e cercare di soffocare le risate che, sentivo, stavano per scoppiare a raffica! Per fortuna, il personale dietro i banconi stava iniziando ad annuire, profondamente impressionato. Ho fatto loro scivolare la foto. E dieci giorni dopo, gli uffici competenti di Pont-de-Loup-Bouffioulz-Charleroi-Bruxelles hanno accolto una nuova iscritta il cui nome era composto solo dalla sua M. Come Angelo, ci amiamo. YVONNE SOMADOSSI
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Yvonne SomadossiYvonne Somadossi è nata e vissuta in Belgio tra il 1946 e il 2022. In realtà alla nascita è stata registrata come Yvonne Sommadossi, figlia di Angelo Sommadossi e Costantina Pisetta, ambedue emigrati da Ranzo in Belgio alla fine degli anni venti del novecento. Prima di andare a scuola lei aveva imparato a scrivere il suo cognome con una sola emme, così come era scritto sulla lapide di suo padre, morto prematuramente per la silicosi contratta in anni di lavoro in miniera. Questo legame tra il cognome storpiato e suo padre era per lei così forte che ha voluto poi usare anche in età adulta Somadossi "con una sola M come in Ti amo". In realtà, un tempo, anche i documenti che accompagnavano i nostri emigranti, rilasciati dal comune o dal parroco, riportavano spesso "Somadossi", per cui risulta comprensibile come questa scrittura errata possa essere finita anche sulla lapide di Angelo Sommadossi nel 1951. Ultima di quattro fratelli, Yvonne non ha mai mancato di esprimere il suo orgoglio nel sedersi "su due sgabelli", si sentiva sia belga che italiana. Nella sua vita è stata, tra l'altro, molto impegnata sul tema degli immigrati e delle immigrate. Vincitrice di numerosi premi letterari, copywriter pubblicitaria, scriveva settimanalmente su "Le Soir", ma collaborava anche con altri media belgi e italiani. Riportiamo nel nostro archivio alcuni dei suoi articoli, pubblicati su testate diverse, che riguardano il paese d'origine della sua famiglia e la situazione degli emigrati in Belgio che lei stessa ha vissuto.
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Il vecchio amico ritrovatoQuesto articolo, pubblicato su "Le Soir" del 29.04.1986, scritto da Yvonne Sommadossi, dopo la morte della filosofa francese Simone de Beauvoir, è soprattutto un commovente omaggio alla sua mamma, Costantina Pisetta, e a tante altre madri. --- TRADUZIONE: Le Soir, 29 aprile 1986 Il vecchio amico ritrovato Era nata nel 1908. Come Simone de Beauvoir [eminente filosofa esistenzialista francese 1908-1986], di cui non aveva mai sospettato l'esistenza e l'esistenzialismo. Portava i capelli raccolti in uno chignon, ma senza turbante. Non aveva mai saputo che donne non si nasce, ma lo si diventa. E a settantotto anni, non l'ha ancora intuito, capito o realizzato. Non ne aveva mai avuto il tempo. Aveva il suo dovere da compiere. Senza scoprire che il suo dovere consisteva solo in sacrifici. O umili lavori dietro le quinte. Cuciva e rammendava. Ricamava e lavorava a maglia. Cantava e lavorava all'uncinetto. Portava in braccio i bambini. Li rimboccava, li cullava, li allattava, vegliava su di loro. Cambiava loro i pannolini. Li amava giorno e notte. Due maschietti e due femminucce. Erano le sue preoccupazioni e la sua vita. Era sempre china. Su secchi d'acqua e su letti. Su insalate e su un libro. Sul lavandino o sui quaderni. Su lacci delle scarpe da legare e su ginocchia da fasciare. Lei dovette chinarsi. Sulla bara di un uomo amato. E su pesanti carri otto giorni dopo. Strinse labbra e denti. Nascose le lacrime ai suoi figli. Pianse senza battere ciglio. Era pagata così male che si faceva un punto d'onore di non indebitarsi mai. Era attiva nel Partito della Dignità. Scriveva molto. Alla sua famiglia. Ai suoi figli al campo estivo. Ai suoi figli che erano partiti per il servizio militare. E poi, la gente scriveva per lei, anche se lei conservava per sé i biglietti di auguri per il compleanno e per Natale. Era coinvolta in ogni lotta per arrivare a fine mese. Dimostrava coraggio e onestà, tenerezza e lealtà, semplicemente dando l'esempio, inconsapevolmente e senza marciare. È a favore del matrimonio. Crede nell'impegno. Crede nel perdono. Crede che una buona tisana risolva tutto. Fino a una certa età, almeno. Poi, quando arriva l'età, bisogna difendersi. Senza ascoltarsi. Mantenere quante più attività possibili in giardino e in casa. Non ha mai parlato di declino con il pretesto che gli anni passano e la ruggine dei reumatismi avanza. Al contrario. Sorride. Continua a fare del suo meglio. Meticolosamente con la sua igiene personale. E con la cucina più deliziosa. Tranne quando le capita di dover riposare per periodi più lunghi. Sempre più spesso. Sì, certo. Ora deve sedersi la mattina. E per un'ora il pomeriggio. Probabilmente perché non dorme più così tanto la notte. Anzi, dalle 5, dall'alba, è finita, pensa. Prega con le sue belle parole. E poi, prega con le parole ufficiali. Per affidare a LUI l'uno o l'altro dei problemi dei bambini. Per la scuola del più piccolo e per il lavoro degli adulti. Perché, insomma, possano avere la stessa felicità che ha lei su questa terra… Devo anche dirvi che ama leggere. Da quando le hanno insegnato, tanto tempo fa. E da quando ha comprato i nuovi occhiali l'anno scorso. Aveva sempre ammirato gli scrittori. Eppure l'altra settimana, quando ha visto la copertina di Le Nouvel Observateur con il titolo "Donne, le dovete tutto!" sotto il ritratto di Simone de Beauvoir, quando ha chiesto, con viva curiosità, chi fosse questa studiosa, questa grande signora a cui dire grazie, non ha capito... Perché le sue figlie l'avessero improvvisamente abbracciata, con la gola stretta in gola. Perché le avessero sussurrato quella sciocchezza assoluta: "Vali mille volte più di un intellettuale, solo per il tuo mignolo..." Rise. Rise alla bella battuta. E se vi parlo di lei oggi, è perché la vedrò il 1° maggio. Più felice che mai. Che lui sia tornato, "Il tempo del mughetto", come un vecchio amico ritrovato... come cantava Francis Lemarque. L'amico, il bel mazzetto che le porterò. YVONNE SOMADOSSI.
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L'altro sermone della montagnaIn questo articolo, pubblicato su "Le Soir" del 17.08.1988, Yvonne Sommadossi, descrive la figura di don Umberto Tecchiolli, curato di Ranzo dal 1955 al 1965, del quale evidentemente in famiglia si era parlato tanto. TRADUZIONE: Le Soir - 17 agosto 1988 L'altro discorso della montagna In un momento in cui i rapporti tra Roma ed Ecône sono tesi, in cui modernismo e fondamentalismo si scontrano nell'arena della Chiesa con scismi e ostracismi, bolle papali e lettere pastorali raccomandate, diffide e dimissioni... In un momento, insomma, in cui infuria la disputa tra i difensori del canto gregoriano e i fautori dell'organo elettrico, mi torna in mente... il ricordo, l'immagine di un ecclesiastico piuttosto insolito. Un sacerdote al cui cospetto l'arcivescovo Lefebvre sarebbe sembrato un pericoloso progressista, persino un diabolico leader del più sfrenato anticonformismo! Mi riferisco a Padre Tecchioli. Don Tecchioli, che per quasi mezzo secolo, fino alla sua morte nel 1965, fu parroco di Ranzo, un piccolo villaggio di montagna a nord del Lago di Garda. Le sue teorie si basavano sullo stesso modello di quelle dei tradizionalisti più convinti di oggi: chiudere la porta ai venti di follia suscitati dalle deliranti iniziative del Concilio (il Vaticano I, naturalmente! 1869-1870) e rimanere ciecamente fedeli all'unica linea d'azione valida per un pastore in cura d'anime, la linea dettata dal Concilio di Trento (1545-1563, come tutti sanno)! Dato che Trento era la città più vicina, e che tutti gli abitanti del villaggio vi si recavano almeno una volta alla settimana per vendere uova e pollame al mercato, Don Tecchioli non ebbe difficoltà a convincere i suoi parrocchiani della solidità dei suoi principi. Che nessuno, peraltro, osava contestare! E così fu, per così dire, con il pugno di ferro in un guanto di velluto, che Don Tecchioli battezzò, catechizzò, confessò, sposò e seppellì tre generazioni di miei zii, zie e cugini, dando con la stessa solenne generosità, a turno, assoluzione, comunione, estrema unzione e un valido aiuto con il raccolto quando arrivò la stagione. Il suo lavoro, potreste obiettare. Certo. Spingeva regolarmente Annunziata, la sua governante, al limite delle sue possibilità, riuscendo a dare ai più poveri di lui ciò che non possedeva, mangiando solo polenta e formaggio la domenica e nei giorni feriali, ma questo non è niente di eccezionale. No. Ciò che rese Don Tecchioli una figura leggendaria in tutto il Trentino fu la sua abitudine di rivolgersi direttamente alla sua congregazione dal pulpito. Le prediche di Don Tecchioli si dividevano tra il consueto commento al Vangelo della terza domenica dopo Pentecoste e messaggi "personali" a Pietro, Paolo e Giacomo. Dal suo alto trespolo, "Il Reverendo" esponeva i panni sporchi del villaggio in un pubblico dibattito. Uomini a destra, donne a sinistra, tutti contraevano i glutei e incurvavano le spalle. Chi avrebbe preso di mira nel bel mezzo della Messa domenicale? Di solito i giovani uomini e donne dell'età giusta per ammirarsi a vicenda. Per esempio, si poteva sentire: "Lucia e Carlo (o Cristina e Antonio, o Marietta e Guido), che da qualche mese si godono le passeggiate insieme vicino al Piccolo-Bosco, hanno avuto, credo, ampia opportunità di apprezzarsi e rispettarsi a vicenda. Li invito a venirmi a trovare una di queste sere. È giunto il momento di fissare la data per le pubblicazioni di matrimonio!" Alla parola "matrimonio", diversi banchi scricchiolarono immediatamente con tutto il loro vecchio legno. Erano i banchi dove i padri di Lucia, Cristina e Marietta si erano seduti furiosamente, completamente storditi dalla notizia: la loro figlia stava "amoreggiando"! Per di più, con un buono a nulla, un uomo senza un soldo, senza valore. A destra della chiesa, le madri si facevano il segno della croce: l'"atmosfera" del pranzo era già assicurata, grazie, Padre! Mentre davanti, i Figli di Maria chinavano a turno il capo. Era ormai il loro giorno di festa. Dal pulpito, Don Tecchiolli ora fulminava contro l'immodestia della moda femminile, ispirato dagli scagnozzi di Lucifero: "Ah! Non è Maria Goretti che, come te, si sarebbe fasciata le caviglie con invisibili fascette rosa per imitare meglio il colore della sua pelle!" Quanto saranno alti i vostri orli? Si vedono già i polpacci! Non c'è bisogno di tirarvi le gonne, ve lo dico io, si vedono le gambe! Che senso ha mettersi sotto la protezione della Madonna quando siete, spudoratamente, incitamenti al peccato, tentazioni ambulanti! Viene voglia di sorridere, vero, cari lettori? Eppure, nonostante queste dichiarazioni ormai superate per l'epoca, questo sacerdote, una volta tornato con i piedi per terra e sceso dal suo pulpito, paradossalmente si fece sempre portavoce della causa dei deboli e degli esclusi. Si fece paladino di tutti gli emarginati: disertori da entrambi i fronti durante la guerra, vagabondi braccati, stranieri del villaggio che prontamente sposava con gente del posto e, soprattutto, ragazze madri! Le mura della vecchia chiesa risuonano ancora della sua indignazione contro le "tombe imbiancate" che condannavano irrevocabilmente queste giovanissime madri, queste "peccatrici" che disonoravano le loro famiglie e tutto ciò che toccavano. Per tutta la vita, Don Tecchiolli suonò le campane dei ricchi, dei notabili e del vescovado, chiedendo aiuto per le sue protette e i loro bambini. Arrivò persino a concedere alla levatrice di Ranzo le due stanze più belle della canonica perché potesse accogliere queste ragazze rifiutate, incinte fino alle lacrime. Ed era commovente vedere il burbero Don Tecchioli, con il suo aspetto da Anthony Quinn, camminare nervosamente davanti a casa sua ogni volta che un lieto evento si verificava sotto il suo tetto! Solo molto più tardi, diversi anni dopo la sua morte, una prozia mi rivelò il segreto di Don Tecchioli. Era figlio illegittimo di un borghese altoatesino che aveva abbandonato lui e la sua semplice madre contadina fin dall'inizio. Ne aveva sofferto per tutta l'infanzia e la giovinezza. E la sua vocazione nasceva dal suo stesso isolamento... YVONNE SOMADOSSI
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Collaboratrice domestica in CaliforniaEmigrata di Covelo con la bambina di cui si occupa nella casa in cui lavora in California. Nel mandare la fotografia ai parenti scrive nell'angolo in alto: "Qua solo un cantone i 20 metri de lungo ma pure lavoro per pulizie" (se interpretate diversamente segnalatecelo). La stampa misura 14x9 cm, compreso il bordo bianco, ed è conservata incollata in un vecchio album fotografico con in copertina un leone rampante.
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Il biscotto al burro di StalinQuesto articolo, "Il Petit-Beurre di Stalin", fu pubblicato in un numero speciale del giornale "La Cité, dicembre 1987" dedicato all'importanza dei giornali. La Cité aveva anche scritto un breve profilo di Yvonne Somadossi. Yvonne era figlia di Angelo Sommadossi e Costantina Pisetta, emigrati da Ranzo in Belgio. Qui parla della sua famiglia e della sua casa, fissando l'attenzione in particolare sull'importanza della lettura, con realismo e ironia. --- Questa la traduzione: Il biscotto al burro di Stalin di Yvonne Somadossi "Una casa senza giornale è come una casa senza finestre", diceva mio padre, e, a dir poco, non abbiamo mai rischiato di soffrire di claustrofobia in casa. Questi nobili principi paterni generarono quattro voraci lettori (un paio di ragazzi e un paio di ragazze, di cui io ero la più piccola) e l'abitudine di sacrificare automaticamente una buona parte dello stipendio del capo sull'altare dell'informazione. Per l'acquisto del quotidiano belga di tendenza Angelo. E l'abbonamento italiano a Famiglia Cristiana, decisamente filo-vaticano, per compiacere la mamma. Generarono anche la mania di lisciare istintivamente, per meglio esaminarle, le pagine di Rappel che poi servivano per avvolgere i cavolfiori. E la più insidiosa era quella di rubare di nascosto una copia dell'"Dernière Heure" indirizzata al signore del primo piano ogni volta che spuntava dalla sua cassetta della posta. Quando dico furtivamente... chiamiamola un prestito unilaterale. Da parte dei miei fratelli maggiori. Scorrevano i titoli, li confrontavano con i "nostri", riponevano con cura il giornale nelle sue pieghe e poi, in un lampo, finiva nella cassetta della posta, invisibile e inosservato dal destinatario. Questo coglieva i colpevoli a giorni alterni: "Non vi vergognate, ladruncoli?" "Assolutamente no!", quando non lo sentivano scendere. Il signore del primo piano occupava in realtà anche tutto il secondo piano e la veranda che si affacciava sul giardino, al piano terra. D'accordo, era il proprietario, ma sei ampie stanze per un uomo solo! A nostro avviso, stava accumulando lì il suo avido ed egoistico rifugio, mentre, a suo dire, nascondeva la sua angoscia di vecchio senza famiglia, il dolore della sua vedovanza e, peggio ancora, la sua vedovanza senza figli. Capisce, signor Somadossi, la tragedia di questa grande, vuota, inutile baracca? Se solo sapesse quanto invidio lei e i suoi quattro piccoli monelli. Ma capisco che non ci riesce. Quando il paradiso è la tua ostrica, è difficile mettersi nei panni di qualcun altro, senza teste bionde... Mio padre, che era andato a pagare l'affitto e attendeva cortesemente la ricevuta, affermò: oh sì, sì, aveva capito perfettamente. Essere il padre di un quartetto di gangster smaglianti e capaci di scherzi efferati non gli impediva di simpatizzare per l'insopportabile sofferenza delle grandi case senza eredi. La prova. Ribadiva la sua offerta di scambio. Il permesso di affittare una stanza in più. Ne occupava solo una, e per sei persone era un po' angusta, anche con la cucina... A queste parole, il povero piccolo riccone diventò bianco come un lenzuolo. Un tic gli scosse i baffi a forma di scopa di O'Cedar: Signor Somadossi! Suvvia! Sia ragionevole. Senza i suoi figli, avrei detto di sì. Ma, ma, ma... Ma "con", la moquette delle scale implorava pietà, come se fosse già devastata dal galoppo dei cosacchi italiani. Lo spettro di mille calamità oscurava la carta da parati del pianerottolo. Per non parlare del rumore che... Basta! Mio padre si era congedato con dignità,indicandomi il piano terra dove, appostati nel corridoio, i miei fratelli maggiori osservavano la sua statura di un metro e novanta. "Allora, papà? È un sì questa volta?" — "È un no. Come sempre. No comment." "Può crepare!" ribatterono furiosamente sei occhi. Un pio desiderio che i miei occhi di tre o quattro anni difficilmente condividevano. Dopotutto, il vecchio non era cattivo. "È peggio", corressero i miei fratelli. "I dittatori sorridono sempre ai bambini." Capii il significato di questa affermazione in seguito, tanto categorica quanto incomprensibile per me. Di quel tempo lontano, ricordo solo il nostro vorace appetito per i giornali, condito da mille battute. E l'alta figura del patriarca. D'altra parte, ciò che la mia memoria non dimenticherà mai è il terrore che, per la prima volta nella mia vita, un titolo di giornale mi instillò. Un titolo grande come un bracciale. Voglio dire, alto come i nastri viola delle corone funebri. Inizio marzo 1953. Ultimamente erano successe parecchie cose intorno a me a casa. Ero una bambina carina e frequentavo l'Istituto Sainte-Marie, nella sezione Materie Serie e Studi Correlati. Gonna a pieghe obbligatoria. Postura impeccabile. Niente sputi sulla spugna per inumidirla e cancellare le righe sulla lavagna. Okay, obbedivo senza un lamento, discepola del pugno di ferro e della mentalità del "stringere le viti". Solo che a volte mi mancava il sapore della plastilina. Quella che mangiavo l'anno prima quando Mademoiselle Emilie, la maestra della scuola materna del terzo anno, ci dava lezioni di modellismo. Per consolarmi, raccolsi i frutti dello sforzo extra che avevo dedicato alla lettura così presto. Il vantaggio che avevo guadagnato sulle mie rivali con le loro code di cavallo, a malapena in grado di distinguere una B da una D, era tale che leggevo fluentemente già da diverse stagioni. E non solo i testi delle canzoni popolari, i cui testi, degni delle antologie della Pléiade, erano esposti nella vetrina del negozio di dischi di "Frique" in Place de la Victoire. "Te l'avevo detto, Lily, che presto saresti diventata mia moglie." Decifrai anche, come un virtuoso, i titoli dei giornali nella vetrina della libreria "Passe-Temps" in Rue Neuve, proprio accanto alla scuola. Quella mattina di marzo del 1953, vidi... l'orrore. "Stalin è morto." Che mi inchiodò sul marciapiede. Poi, riuscii a muovermi. A entrare nel collegio. Al cancello, con le ginocchia e la cartella che tremavano, entro nella mia classe prima. "Stalin è morto!" Lavorammo due ore. Presi il mio lavoro dal cesto chiuso nell'armadio. Un guanto per lavarsi, lavorato a maglia legaccio. "Stalin è morto." Yvonne! Stalin è morto! E quello fu il naufragio. Il dolore mi inondò. Improvvisamente sentii l'acqua riversarsi da ogni parte. Stavo soffocando nel mio gomitolo di lana mentre Suor Saint-Louis, disperata per la mia disperazione, chiedeva a ripetizione "Cosa c'è che non va? Cosa c'è che non va?" di leggere cosa stava succedendo sul mio viso. Finalmente capì, tra due singhiozzi: "È perché Stalin è morto come mio padre!" Sembrava sapere, ma non capiva il collegamento. Insistette dolcemente: "Tuo padre non è morto ieri, Yvonne, è stato, dai..." "Due anni fa, sorella mia! Ma d'altronde, non ho pianto. Non me ne sono resa conto. Mentre Stalin, l'ho scoperto solo ora alla libreria per bambini!" "Suvvia, mia cara bambina, non ti mancherà Stalin! Per molte persone, la sua scomparsa è un grande sollievo! E tu non lo conoscevi nemmeno." "Ma io lo conoscevo! Mi ha persino dato un biscotto al burro quando sono andata a salutarlo domenica!" L'espressione inespressiva di Suor Saint-Louis era un'altra cosa. Per quanto tempo è rimasta immobile, con la mascella leggermente aperta, mentre io singhiozzavo ancora più forte? Non lo so. Tutto quello che posso dire con certezza è che quando, desiderosa di spiegarmi, sono finalmente riuscita a spiegare tutto ciò che mi turbava, sono stata soffocata dalle risate, a scuola e a casa, con abbracci e scherzi, capisci! Perché? Perché Stalin era, per me, il vecchietto del primo piano. Era così che i miei fratelli e mia sorella avevano soprannominato il padrone di casa tra di loro. Per via dei suoi baffi da "piccolo padre del popolo" e della sua aria un po' tirannica. Così poco! Come potevo sapere, io che ero nata nell'angusta cucina al piano terra, che avevo sempre sentito chiamare Stalin il padrone di casa, che ce n'era un altro in un palazzo a migliaia di chilometri di distanza? Un altro che aveva più paura di essere avvelenato dai suoi amici che dal rumore dei bambini che correvano su e giù per le scale! VOLTO E PROFILO di Yvonne Somadossi Ogni martedì, sotto le mentite spoglie del Gatto di Geluck, si scatena, si scatena e denigra sul quotidiano Le Soir. Scoperta da "Le Soir Jeunesse" nel 1963, vincitrice di numerosi premi letterari, è stata, fin dalla sua celebre "Lettera aperta a Roger Nols" del 1979, una portavoce dell'immigrazione italiana. Collabora anche con diversi media italiani e si guadagna da vivere come copywriter pubblicitaria.
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Elio Sommadossi - Belgio - Oltre confini e generazioniElio Sommadossi, nato a Ranzo nel 1945, da Antonio Sommadossi e Giacomina Pisetta, è emigrato, pochi mesi dopo, con la sua famiglia in Belgio, dove il papà faceva il minatore. 20 anni dopo ha visto l’Italia che lo ha molto attratto e, dopo aver vissuto 71 anni in Belgio si è trasferito nel suo paese natale.
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Nell'orto a CadesinoErnestina Merlo, "Inota", emigrata da Covelo a Cadessino, nell'orto a raccogliere verdura con un cesto. La fotografia 5,3x5,3 cm è inserita in una stampa a bordo dentellato 9x6 cm. Sotto l'immagine è riportata a penna in corsivo la scritta "Ricordo Ernestina fatto in Cadesino 18/8/53". È conservata incollata in un vecchio album fotografico con in copertina un leone rampante.
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Lettera aperta agli abitanti non razzisti di Schaerbeek! Ma...Questa lettera aperta di Yvonne Sommadossi, nota in Belgio come Yvonne Somadossi, è stata pubblicata in prima pagina sul "Le Soir", il maggior quotidiano belga, il 9 ottobre del 1979. Yvonne era figlia di Angelo Sommadossi e Costantina Pisetta, ambedue emigrati da Ranzo in Belgio alla fine degli anni venti del novecento. Lei non c'è più, ma il marito ha condiviso con noi questo straordinario documento, presentandocelo con queste parole: "Je suis ravi que vous utilisiez sa Carte Blanche publiée dans le journal Le Soir de 1979. Je ne connaissais pas encore ma future épouse mais j'avais lu cette Lettre Ouverte en première page du journal et j'en avais été bouleversé comme des milliers d'autres lecteurs. Jamais - ni avant ni après - Le Soir n'avait eu autant de réactions. Yvonne fut invitée au journal pour trier, avec une journaliste, les réactions - positives et négatives - les plus intéressantes. Plusieurs pages du journal y furent consacrées. Enfin, c'est à cause de cet article que, quelques années plus tard (1983) Le Soir lui commanda un "billet d'humeur" chaque semaine dans lequel Yvonne pouvait écrire ce qu'elle voulait, sur le sujet qu'elle voulait, en toute liberté." A seguire, per chi non comprende il francese, forniamo la traduzione del messaggio di Jean e della lettera aperta di Yvonne; essa ha una forza e un profondità immutate, nonostante siano passati molti anni da quando l'ha scritta. La citiamo col solo nome di battesimo, con l'affetto dovuto a chi è di famiglia, perché lei è una di noi. "Sono lieto che tu stia utilizzando la sua lettera aperta pubblicata sul quotidiano Le Soir nel 1979. Non conoscevo ancora la mia futura moglie, ma avevo letto questa lettera aperta in prima pagina e ne ero profondamente sconvolto, come migliaia di altri lettori. Mai prima, né dopo, Le Soir aveva ricevuto così tante reazioni. Yvonne fu invitata al giornale per vagliare le reazioni più interessanti, sia positive che negative, con un giornalista. Diverse pagine del giornale le furono dedicate. Infine, fu proprio grazie a questo articolo che, qualche anno dopo (1983), Le Soir le commissionò la scrittura di un "articolo d'opinione" settimanale in cui Yvonne poteva scrivere quello che voleva, su qualsiasi argomento desiderasse, in completa libertà." ----- Carte Blanche – Le Soir - 09.10.1979 Lettera aperta agli abitanti non razzisti di Schaerbeek! Ma... Di Yvonne Somadossi (*) Signora, Signore, Voi vivete a Schaerbeek. Avete scritto o telefonato al vostro sindaco: «Signor Nols... Gli stranieri del nostro comune sono davvero troppo disgustosi. Perché, in questi tempi di crisi e disoccupazione, li tolleriamo ancora in Belgio?». In altre parole, perché non diciamo loro: «Non uscire dal gregge, Francesco, Ahmed o Pedro, altrimenti tornate a casa, alla casbah o a Rabat. » Oh, che gentilezza! Non vivo a «1030 Bruxelles». Ma mi immischio comunque in ciò che mi riguarda. Sono straniera. A prima vista non si direbbe. Col tempo sono diventata «una buona selvaggia», una ragazza quasi del tutto civilizzata. La mia pelle non è grassa. Mi lavo. Quando preparo da mangiare, l'odore dell'aglio non si sente fino alla rotatoria. E pulisco persino il bidone della spazzatura con la candeggina (- Ma dai, è ridicolo! Smettila! I netturbini sono turchi). Straniera, sì. Italiana al 100%. Con la circostanza aggravante, la fortuna, il piacere di esercitare un mestiere che adoro. In un paese che adoro: il vostro. Tanto vale confessarlo subito, non è una fetta di pane belga che rubo ogni giorno a mezzogiorno nell'agenzia pubblicitaria che mi dà lavoro. È proprio un grosso sandwich tostato con senape e burro che mi mangio. Non posso lamentarmi, no. Eppure, quando sento gridare «emigranti imbavagliati o rimandati indietro», muoio dentro. Muoio segretamente. E «sento» la maniglia di corda di una valigia di cartone che mi sega le dita. Rabbrividisco «dentro» perché ricordo... La mia prima infanzia. L'inizio degli anni '50. A Pont-de-Loup, nel cuore del Paese nero. Con la mamma, i fratelli maggiori, la sorella maggiore. E un uomo alto che per me, allegra bambina di 4 anni, ha gli occhi più belli del mondo. Quest'uomo era mio padre. Il segreto del suo trucco-occhi-sempre-contornati è firmato "Ricialnoir. Pozzo n°9". Un trucco che non andava mai via. E sotto quello sguardo, ci amavamo, stretti stretti, in sei, in un bilocale senza elettricità. Una mattina, il grande uomo giaceva disteso in abito blu navy sull'unico grande letto dell'unica camera. Mi dissero che era improvvisamente andato in paradiso. Ma Angelo, mio padre, non morì secondo le regole chiaramente specificate sul modulo verde. Non ne avrebbe più fatti altri! Morì poco prima di raggiungere il tasso di silicosi richiesto per lasciare una pensione alla sua vedova. Diciassette anni di miniera. Ma i suoi polmoni erano per metà compromessi. Giusto quanto basta per soffocarlo. Non abbastanza perché la mamma potesse percepire la pensione. Me lo ricordo bene. Per dodici anni mia madre si è alzata alle 4:30 ogni mattina. Cinque chilometri a piedi per andare al lavoro. Ma ancora una volta rimarrete delusi, cari amici di Schaerbeek. Non era un lavoro pulito. Si trattava di selezionare il carbone “in superficie” della miniera. Ahi, ahi, ahi! Ancora polvere! Ovunque, vi dico. E in fretta, in fretta, piegata per nove ore di fila su un nastro trasportatore, bisogna separare i sassi dai pezzi buoni di carbone. Una sorvegliante vi incoraggia alle vostre spalle. La guardia, invece, vi cade addosso quando il ritmo rallenta. Pigrona. E l'igiene in tutto questo? Bleah! Unghie in lutto [annerite dal carbone]. Un collo grigio pallido alla luce del sole, sempre ribelle. E non sono più mani quelle di Costantina, sono grosse zampe gonfie, striate, solcate da solchi neri. Ancora visibili oggi. Puoi venire a trovarci. Me lo ricordo. Tiriamo fuori i fazzoletti. Io e i miei fratelli, impegnati a fare la lingua ai seicento abitanti di Franchimont, attorno a un tavolo illuminato dalla luce di una lampada a olio [Come dire che loro erano ancora più eroici di quei 600 abitanti di Franchimont che nel 1468 avevano combattuto fino alla morte contro gli invasori, così da essere considerati dai belgi l'emblema della resistenza] . Stai scherzando, è il tempo di Dickens? No, è il 1955. Nessuno che faccia recitare o corregga. La mamma, che con le sue banconote delizia il fornaio: «- Signore, 2 panini morbidi, grazie.», ignora tutto dei coraggiosi abitanti di Liégeois. Quello che sa è che deve finire in fretta di lavare a mano, altrimenti domani le vicine parleranno al proprietario: - Ah! È una nottambula, Costantina! L'ho sentita pompare acqua fino alle 11 di ieri sera. Me lo ricordo. Ricordo ancora mille piccoli dettagli. Ma, per favore, ricordate anche voi. Il lavoro che il vostro governo ci ha offerto e che i nostri genitori erano ben contenti di aver trovato, è vero, ripugnava, ripugna ancora i belgi. Ci ha fatto guadagnare, e ci fa guadagnare ancora, l'uso condiscendente del "tu" informale, che ci colloca esattamente tre gradini sotto la persona che ci sta parlando Scusate? È un "tu" educato? Perché non date mai del tu a un parigino, a un inglese, ai dipendenti della CEE, che sono stranieri dalla testa ai piedi? Sono sbalordita. Come... ma come si può, nel 1980, mantenere una mentalità così ristretta, basata sulle caste, e indossare una corazza così dura? Come si può giudicare senza pietà Ahmed che “preferisce” la carne di montone macellata alle vostre bistecche ben pulite e igienizzate? Come si può accusare Maria che... non fa il “suo” sabato, non sa usare il tergivetro e si soffia il naso nel tovagliolo? Se solo sapeste quanto le vostre abitudini siano bizzarre ai nostri occhi. La casalinga belga, campionessa del bianco immacolato, strofina, pulisce, con forza, con i bicipiti, con l'olio di gomito. Il marciapiede, la facciata, il davanzale della finestra, la strada e i wouah-wouah. – Attento, Albert, i tuoi piedi! Il mio salotto è stato aspirato! Da voi si potrebbe mangiare per terra. Da “loro”, da me, si mangia sul tavolo o con le mani, ma ci sono un sacco di granelli di follia che volano nell'aria. Cosa? Sto esagerando? Voi siete puliti, niente di più... e io continuo a ripeterlo? Ma voi, trattandoci da sporchi, cosa avete fatto? Signora, signore, andate a vedere e rivedere «Pain e Chocolat» ["Pane e cioccolata" è un film del 1973 con Nino Manfredi e Johnny Dorelli, che mostra la difficile situazione degli emigrati italiani in Svizzera]. Sostituite la vostra smania di pulizia con una uscita al cinema. Aprite gli occhi. E ammettete che se avete avuto la fortuna di nascere in Belgio, non ne avete alcun merito. È stato il caso a farvi nascere dalla “parte giusta” delle Alpi, del Bosforo, a nord del Mediterraneo e dei Pirenei. Per riuscire a tollerarci (che brutta parola!) a vicenda, mi sembra, credo che abbiamo bisogno di una buona dose di indulgenza. E di umorismo a volontà. Questo periodo è così drammatico che bisogna gestire i piccoli drammi senza farne un dramma. Personalmente vedo solo una misura da prendere con estrema urgenza: allargare, ampliare, abbattere le nostre porte. Parlo di quelle del cuore. Yvonne Somadossi (*) Straniera
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Barista in PennsylvaniaGiuseppe Zanella, emigrato da Covelo a Mount Carmel, in Pennsylvania, davanti al ristorante in cui faceva il barista. Sulla porta è scritto il numero 300, di fianco ad essa c'è un'insegna "Barbeys beer" e sull'altro lato un'altra insegna non leggibile. La stampa è un ingrandimento 15x20 cm ed è conservata incollata in un vecchio album fotografico con in copertina un leone rampante.
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Sotto la sequoiaI fratelli Roberto e Ersilia Zanella, con la cognata Olga Tasin e la piccola Olga, tutti emigrati da Covelo, sotto una sequoia nello Yosemite National Park in California. La stampa misura 7x9 cm compreso il bordo bianco ed è conservata incollata in un vecchio album fotografico con in copertina un leone rampante.
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Incontro con l'orso in CaliforniaI fratelli Zanella Roberto e Giuseppe, emigrati da Covelo in California, incontrano un orso allo Yosemite National Park in California. La stampa 9 x 6 cm comprensiva di un bordo bianco è conservata incollata in un vecchio album fotografico con in copertina un leone rampante, leggermente coperta da un'altra fotografia.
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Ultimo saluto dalla naveUltimo saluto ai parenti, presumibilmente al porto di New York, dalla nave, di Roberto Zanella, originario di Covelo. Per mancanza di visto, era accompagnato dal poliziotto in primo piano, per il rimpatrio in Italia. La stampa, in bianco e nero, misura 9x9 cm compreso il bordo bianco ed è conservata incollata in un vecchio album fotografico con in copertina un leone rampante.
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Campanella della chiesetta di San ViliLa campanella appesa all'esterno della chiesetta di San Vili, nei pressi di Ranzo sulla strada per Deggia, proviene da un'acciaieria nei pressi di Charleroi in Belgio. Vi lavorava Nerio Zanotto, marito di Irma Sommadossi, emigrata di Ranzo. Quando vennero sostituiti i vecchi sistemi di segnalazione pericoli dell'acciaieria, verso i primi anni '70 del novecento, la campanella venne dismessa. Lui la recuperò, la portò a Ranzo e la installò sulla cappella di San Vigilio, cosicché i molti emigrati di Ranzo, i loro familiari e qualsiasi viandante di passaggio, possa ricordare quegli emigrati con un rintocco di quella campana.
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Antonio Sommadossi e famiglia in BelgioIngrandimento 18x24 cm. Antonio Sommadossi con la moglie Giacomina Pisetta ed i loro figli: Antonietta accanto a loro; Dina, Elio e Jacqueline seduti a terra, nei pressi della loro casa a Bouffioulx. Di di loro si notano i ruderi della vecchia miniera di Saint-Xavier, chiusa nel 1927, accanto alla quale gli scarti della miniera formavano una collina sulla quale andavano a giocare i bambini. Questo tipo di collina viene chiamata "terrils".
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Tessera personale dell’emigrante italianoElio Sommadossi aveva 2 anni quando gli è stata rilasciata questa tessera personale dell’emigrante italiano. Lui era già in Belgio con la sua famiglia che eratrientrava in Belgio dopo aver passato il periodo della guerra a Ranzo. Era una tessera di tipo religioso che gli dava modo di certificare che era stato battezzato e poteva quindi ricevere gli altri sacramenti della chiesa cattolica in Belgio. È scritto bilingue italiano-francese e porta i timbri della curazia di Ranzo e della curia arcivescovile trentina. Il parroco di Ranzo era don Umberto Tecchiolli ed aveva scritto il cognome Sommadossi con una sola emme, d'altra parte anche sul certificato di stato famiglia rilasciato dal comune di Vezzano, di cui Ranzo era frazione, quella doppia emme presente all'inizio, più sotto sembra essere cancellata.
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Permesso di lavoro belgaPermesso di lavoro belga di Elio Sommadossi, emigrato da Ranzo in Belgio quando aveva pochi mesi e qui registrato come Elio Somadossi . Aveva 16 anni. Il documento è scritto in francese. È stato rilasciato dal Comune di Bouffioulx, autonomo fino al 1977 ed ora quartiere della città di Châtelet.
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Manifesto elettorale ULIEÈ questo il manifesto della lista che è uscita vincente alle elezioni del Comitato Emigrazione Italiana di Charleroi verso il 1985. Ogni consolato ha il suo comitato che dura in carica 4 anni. I candidati sono rappresentanti di associazioni come ACLI, Associazione Trentini nel Mondo, Circolo Abruzzesi... Gli elettori sono gli emigrati italiani nel territorio di quel consolato. Compito di questo comitato è quello di fare da tramite fra gli emigrati ed il suo console o suo rappresentante , che a sua volta si interfacciava col consolato Generale d'Italia a Bruxelles. Il comitato incontra mensilmente il console, o il suo rappresentante, per portare le esigenze della popolazione, trovare il modo di aiutare i bisognosi, elargire borse di studio... Sono questi rappresentanti a conoscere gli emigrati che vivono sul territorio e le problematiche che hanno, sono vicini ai più bisognosi, visitano i carcerati... Tra loro vediamo sul manifesto, quale unica rappresentante femminile, Maria Pia Parisi, originaria di Ranzo; gli altri provengono da altre regioni italiane.
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Tabella compensi in minieraAnalizzando questa tabella dei compensi che la Societe Anonyme des charbonnages du Gouffre à Chatelineau versava a Giacomina Pisetta nel 1958 possiamo notare che venivano calcolati ogni due settimane. Dalle sue testimonianze sappiamo che lei lavorava al "triage", un'attività che si svolgeva sulla superficie della miniera dove le donne separavano il carbone dalle pietre ed altri materiali di scarto. Vediamo qui, che è avvenuto presumibilmente nel novembre del 1958 l'infortunio ("blessure") alla mano di cui lei parla a pag 144 (74 del pdf) di
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Minatori coi loro attrezziLeo Daldoss con i suoi compagni di lavoro all'interno della miniera della Societe Anonyme des Charbonnages du Gouffre Chatelineau in Belgio. Ogni minatore è dotato di piccone e mazza, casco di cuoio, maschera attaccata alla cintura, lampada a carburo dotata di un lungo gancio col quale si può appendere alla spalla, gavetta. La stampa misura 14x9 cm, sul retro si presenta come cartolina Gevaert ed a matita è riportato il numero 821.
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Concessione pensione di invaliditàCertificazione belga che accetta la domanda di pensione di Antonio Sommadossi, originario di Ranzo e minatore in Belgio. La "Commission Administrative de la Caisse de Provoyance de Charleroi" gli assegna una pensione di 26.280 franchi annui (2.190 franchi mensili) oltre a 1580 kg annui di carbone per il riscaldamento domestico. Tale pensione non era sufficiente a mantenere la famiglia per cui la moglie è stata assunta dalla miniera per fare la cernitrice e lui si occupava dei figli e della casa in sua assenza.























