L’autre sermon sur la montagne In questo articolo, pubblicato su "Le Soir" del 17.08.1988, Yvonne Sommadossi, figlia di emigrati di Ranzo in Belgio, descrive la figura di don Umberto Tecchiolli, curato di Ranzo dal 1955 al 1965, del quale evidentemente in famiglia si era parlato tanto.
TRADUZIONE:
Le Soir - 17 agosto 1988
L'altro discorso della montagna
In un momento in cui i rapporti tra Roma ed Ecône sono tesi, in cui modernismo e fondamentalismo si scontrano nell'arena della Chiesa con scismi e ostracismi, bolle papali e lettere pastorali raccomandate, diffide e dimissioni... In un momento, insomma, in cui infuria la disputa tra i difensori del canto gregoriano e i fautori dell'organo elettrico, mi torna in mente... il ricordo, l'immagine di un ecclesiastico piuttosto insolito. Un sacerdote al cui cospetto l'arcivescovo Lefebvre sarebbe sembrato un pericoloso progressista, persino un diabolico leader del più sfrenato anticonformismo!
Mi riferisco a Padre Tecchioli.
Don Tecchioli, che per quasi mezzo secolo, fino alla sua morte nel 1965, fu parroco di Ranzo, un piccolo villaggio di montagna a nord del Lago di Garda. Le sue teorie si basavano sullo stesso modello di quelle dei tradizionalisti più convinti di oggi: chiudere la porta ai venti di follia suscitati dalle deliranti iniziative del Concilio (il Vaticano I, naturalmente! 1869-1870) e rimanere ciecamente fedeli all'unica linea d'azione valida per un pastore in cura d'anime, la linea dettata dal Concilio di Trento (1545-1563, come tutti sanno)!
Dato che Trento era la città più vicina, e che tutti gli abitanti del villaggio vi si recavano almeno una volta alla settimana per vendere uova e pollame al mercato, Don Tecchioli non ebbe difficoltà a convincere i suoi parrocchiani della solidità dei suoi principi. Che nessuno, peraltro, osava contestare! E così fu, per così dire, con il pugno di ferro in un guanto di velluto, che Don Tecchioli battezzò, catechizzò, confessò, sposò e seppellì tre generazioni di miei zii, zie e cugini, dando con la stessa solenne generosità, a turno, assoluzione, comunione, estrema unzione e un valido aiuto con il raccolto quando arrivò la stagione.
Il suo lavoro, potreste obiettare.
Certo. Spingeva regolarmente Annunziata, la sua governante, al limite delle sue possibilità, riuscendo a dare ai più poveri di lui ciò che non possedeva, mangiando solo polenta e formaggio la domenica e nei giorni feriali, ma questo non è niente di eccezionale. No. Ciò che rese Don Tecchioli una figura leggendaria in tutto il Trentino fu la sua abitudine di rivolgersi direttamente alla sua congregazione dal pulpito.
Le prediche di Don Tecchioli si dividevano tra il consueto commento al Vangelo della terza domenica dopo Pentecoste e messaggi "personali" a Pietro, Paolo e Giacomo. Dal suo alto trespolo, "Il Reverendo" esponeva i panni sporchi del villaggio in un pubblico dibattito. Uomini a destra, donne a sinistra, tutti contraevano i glutei e incurvavano le spalle. Chi avrebbe preso di mira nel bel mezzo della Messa domenicale? Di solito i giovani uomini e donne dell'età giusta per ammirarsi a vicenda. Per esempio, si poteva sentire: "Lucia e Carlo (o Cristina e Antonio, o Marietta e Guido), che da qualche mese si godono le passeggiate insieme vicino al Piccolo-Bosco, hanno avuto, credo, ampia opportunità di apprezzarsi e rispettarsi a vicenda. Li invito a venirmi a trovare una di queste sere. È giunto il momento di fissare la data per le pubblicazioni di matrimonio!"
Alla parola "matrimonio", diversi banchi scricchiolarono immediatamente con tutto il loro vecchio legno. Erano i banchi dove i padri di Lucia, Cristina e Marietta si erano seduti furiosamente, completamente storditi dalla notizia: la loro figlia stava "amoreggiando"! Per di più, con un buono a nulla, un uomo senza un soldo, senza valore. A destra della chiesa, le madri si facevano il segno della croce: l'"atmosfera" del pranzo era già assicurata, grazie, Padre! Mentre davanti, i Figli di Maria chinavano a turno il capo. Era ormai il loro giorno di festa. Dal pulpito, Don Tecchiolli ora fulminava contro l'immodestia della moda femminile, ispirato dagli scagnozzi di Lucifero: "Ah! Non è Maria Goretti che, come te, si sarebbe fasciata le caviglie con invisibili fascette rosa per imitare meglio il colore della sua pelle!" Quanto saranno alti i vostri orli? Si vedono già i polpacci! Non c'è bisogno di tirarvi le gonne, ve lo dico io, si vedono le gambe!
Che senso ha mettersi sotto la protezione della Madonna quando siete, spudoratamente, incitamenti al peccato, tentazioni ambulanti!
Viene voglia di sorridere, vero, cari lettori? Eppure, nonostante queste dichiarazioni ormai superate per l'epoca, questo sacerdote, una volta tornato con i piedi per terra e sceso dal suo pulpito, paradossalmente si fece sempre portavoce della causa dei deboli e degli esclusi. Si fece paladino di tutti gli emarginati: disertori da entrambi i fronti durante la guerra, vagabondi braccati, stranieri del villaggio che prontamente sposava con gente del posto e, soprattutto, ragazze madri!
Le mura della vecchia chiesa risuonano ancora della sua indignazione contro le "tombe imbiancate" che condannavano irrevocabilmente queste giovanissime madri, queste "peccatrici" che disonoravano le loro famiglie e tutto ciò che toccavano.
Per tutta la vita, Don Tecchiolli suonò le campane dei ricchi, dei notabili e del vescovado, chiedendo aiuto per le sue protette e i loro bambini. Arrivò persino a concedere alla levatrice di Ranzo le due stanze più belle della canonica perché potesse accogliere queste ragazze rifiutate, incinte fino alle lacrime.
Ed era commovente vedere il burbero Don Tecchioli, con il suo aspetto da Anthony Quinn, camminare nervosamente davanti a casa sua ogni volta che un lieto evento si verificava sotto il suo tetto!
Solo molto più tardi, diversi anni dopo la sua morte, una prozia mi rivelò il segreto di Don Tecchioli. Era figlio illegittimo di un borghese altoatesino che aveva abbandonato lui e la sua semplice madre contadina fin dall'inizio. Ne aveva sofferto per tutta l'infanzia e la giovinezza. E la sua vocazione nasceva dal suo stesso isolamento...
YVONNE SOMADOSSI