Con una sola « M » come in ti amo In questo articolo Yvonne Somadossi racconta di come ha imparato a scrivere le sue prime parole, in età prescolare, osservando la lapide del padre, dove il cognome riportava per errore una sola M: "Angelo Somadossi". È un'altra testimonianza di come Sommadossi e Somadossi si possano trovare usati talvolta indifferentemente, dei problemi che ciò può causare. Veniamo intanto a conoscere anche qualche aneddoto sulla scuola belga degli anni cinquanta.
Traduzione:
Con una sola "M" come in Ti amo
Senza vantarmi, mi ha adorato per quattro anni. Ma quando, all'improvviso, se n'è andato, ammetto che ci ho messo un po' a rendermene conto. Dai, proprio il giorno prima, non ero forse ai suoi piedi e tra le sue braccia, sui suoi talloni e sulle sue ginocchia, aggrappata ai suoi lembi della giacca e al suo collo come al solito?
No, quando mi lasciò, fu Mademoiselle Emilie, con i suoi occhi rossi, ad aprire i miei... a scuola, quasi un anno dopo. Stava facendo una lezione di disegno, senza parole, sul mio banco... all'improvviso capii. Finalmente capii. Lui e io, era finita. Davvero, davvero finita.
Tagliente come il bisturi di una lettera anonima, infida e crudele, l'emozione della nostra maestra del terzo anno di scuola dell’infanzia mi aveva appena informato. Quando ci chiese, all'inizio di quel pomeriggio, di disegnare il ritratto di nostro padre, non si aspettava di scoprire un'immagine così concisa della mia. Un'immagine che avevo disegnato in completa serenità, preoccupandomi solo di non superare i limiti, ma che rappresentava, al centro di un grande quadrato, un po' decentrato, i tratti che tanto amavo e conoscevo: ANGELO SOMADOSSI 1900-1951.
Ecco fatto. C'era qualcosa che non andava? No, no, mormorò dolcemente Mademoiselle Emilie, appoggiandosi alla panca per asciugarsi discretamente gli occhiali, è solo che non sapevo che stessi già scrivendo, o soprattutto che…
"Ho imparato a leggere sulla tomba di mio padre!" la interruppi, quasi trionfante, cercando di nascondere con una finta nonchalance ciò che avevo appena intuito, sopraffatta, nel battito delle sue ciglia umide... E prevedere il futuro: i papà, o li mostravi come tutti gli altri, con un cappello, gli occhiali, la barba, la macchina, le bretelle, la cravatta, i pacchetti o il giornale, o non li mostravi mai perché non trovavi mai le gomme, i colori, le matite accuratamente sparite. E sempre di nuovo perse. Altrimenti, le signorine tiravano su col naso prima di sussurrare tra loro il tuo soggetto in fondo al cortile. E per inaugurare una parola divertente nei registri dopo la professione del padre: ded.
E che dire di Brigitte Fossey in “Giochi proibiti"? Brigitte che interpreta Paulette, ossessionata da tutti i carri funebri e gli altari che inseguiva con il suo piccolo compagno Michel? Scusate, ma è stato proprio l'anno in cui il film è stato girato. No, se vi racconto questo piccolo aneddoto ora che la Festa del Papà del 1986 è ormai passata, è perché, come domenica scorsa, ci penso con un sorriso ogni volta che varco la soglia del silenzioso cimitero di Pont-de-Loup, dove mio padre riposa nella seconda navata a sinistra. Ci penso perché non indovinerete mai cosa simboleggia quella semplice iscrizione scolpita nella pietra, il legame unico tra il Pater familias e la figlia minore. Questo lascito (involontario da parte sua, postumo), lo preferisco a tutte le eredità, a tutti i vantaggi che un uomo ricco avrebbe potuto avere formalizzati davanti a Mastro Jacquet, notaio. È un ammiccamento consapevole che mi ha mandato dal cielo, e lo custodisco gelosamente come la pupilla dei miei occhi. Ascolta questo.
In un momento in cui troppi figli di celebrità sospirano perché iniziano la loro vita indossando, ad esempio, il bavaglino “Reagan ou Fonda Junior” è più una maledizione, un difetto, o quantomeno un'invalidità superiore al 66% (menzionata in Belgio in fondo alla prima pagina di ogni dichiarazione dei redditi, a destra, vicino al numero del conto pensione) che una questione di fortuna... In un'epoca in cui le lamentele sulla difficoltà di farsi un nome gonfiano molte cose, a cominciare dagli occhi delle ragazzine e dalle tasche degli editori, in un'epoca in cui i figli poveri dei ricchi sputano nella minestra con il complesso schiacciante di un NOME TROPPO PESANTE DA SOPPORTARE, vorrei sottolineare che anche il più anonimo dei cognomi può, sotto la sua apparenza innocua, riservare i guai più brutti. Potrebbe persino, appena un po' più in là, farti finire in prigione per falsificazione e furto d'identità!
Perché l'ho vissuto!
Io, la figlia discreta di un... macho forse (non scontento del fatto che sua moglie si rivolga spontaneamente a lui in modo formale e che esegua alla perfezione i termini di riferimento da lui stabiliti all'inizio del matrimonio: un paio di ragazze, un paio di ragazzi, nell'ordine che preferisci, va bene, no?), ma certamente non di un esibizionista...
Io, la degna figlia minore di un onesto ragazzo alto 1,88 m che, per vent'anni, ha interpretato meticolosamente il suo ruolo in bianco e nero (e più in nero che in bianco) nel ruolo di un minatore in profondità nella più estenuante delle superproduzioni, “notte e giorno, vado in prima linea”...
Io, la bambina birichina la cui memoria fotografava voracemente le sue prime lezioni di lettura ai piedi di una tomba accogliente, come avrei potuto percepire che c'era stato un errore fin dall'inizio? Che il lapidaio, un mio connazionale nato a Venezia, avesse sbagliato a scrivere una M nel nome dell'amico defunto? Che la vedova e i suoi anziani non avessero avuto il coraggio di far rimuovere la lapide e far rifare l'iscrizione ad un amico che, in buona fede, aveva sempre creduto che Angelo fosse semplicemente scritto dopo la sigla SO?
Dieci, quindici, vent'anni dopo, gli avvertimenti cominciarono a piovere da ogni parte. La scuola, per i diplomi; il consiglio comunale, che si chiedeva cosa avessi sbagliato con questo nome abbreviato, come se non fosse già abbastanza complicato; l'ufficio postale, la banca, i miei primi datori di lavoro; la mia famiglia, completamente sconcertata dai miei primi articoli pubblicati su Le Soir. "Beh! Da quando scrivi questo Somadossi abbreviato?". Fui molestata, bloccata, mi fu imposto di scrivere il mio cognome così come era stato registrato all'anagrafe, sotto la minaccia di molte... sanzioni, mascherate da processi, multe e... scusate?
Ecco una foto della tomba di mio padre, signori. Perdonatemi, non la tradirò. Non cambierò mai nulla del nome immacolato (sniff) che un uomo onesto mi ha lasciato come sua unica eredità morendo. E lì ho interrotto la mia tirata, prima di passarmi stancamente una mano sul viso... e cercare di soffocare le risate che, sentivo, stavano per scoppiare a raffica! Per fortuna, il personale dietro i banconi stava iniziando ad annuire, profondamente impressionato. Ho fatto loro scivolare la foto. E dieci giorni dopo, gli uffici competenti di Pont-de-Loup-Bouffioulz-Charleroi-Bruxelles hanno accolto una nuova iscritta il cui nome era composto solo dalla sua M. Come Angelo, ci amiamo.
YVONNE SOMADOSSI