-
Titolo
-
it
E il medico scoppiò a piangere...
-
fr
Et le médecin se mit à pleurer...
-
Descrizione
-
In questo articolo, pubblicato su "Le Soir" del 17.08.1988, Yvonne Sommadossi, descrive la figura del suo medico di famiglia d'infanzia, il dottor Armand, attivo a Châtelet negli anni '40 e '50 e molto amato dalla comunità italiana locale.
Traduzione:
Avete un medico di famiglia? Il vero medico delle famiglie... un po' all'antica? Un dottore che, per definizione, vi ha visto nascere o partorire? Che ha guarito la miriade di pertosse, morbilli, scarlattine, varicelle dei vostri pargoli? Che ha tenuto la mano di vostro nonno quando è morto? Che conosce i vostri segreti più intimi senza che siate obbligati a confessarglieli? Che indovina che il calo di tensione della vostra figlia grande si chiama delusione amorosa e non depressione esistenzialista?
Chi? Allora, siete molto fortunati! È prezioso, un medico di quel modello lì. Curatelo bene soprattutto. Oh! Rassicuratevi! Non vi chiederò il suo indirizzo per rubarvelo. Ho il necessario. La mia generalista si chiama Brigitte. È tanto giovane quanto efficace e comprensiva, perspicace. Non se ne parla nemmeno che la scambi con due discepoli di Esculapio del 1920. Sono due anni che la conosco. Il suo studio si trova in rue Malibran, in un quartiere pittoresco, ricco di colori e di djellaba dove ha scelto di esercitare per essere più vicina alla gente.
Ma Brigitte, l'ho conosciuta... nel 1987, a Bruxelles. Non è lei che ho morso a cinque anni quando il medico curante della tribù Somadossi armeggiava nella mia gola con il pretesto delle tonsille. Non è lei, no, è il dottor Armand. Armand di nome. Perché evocarlo qui? Perché mi ha fatto un certo effetto, l'altra settimana, di ritorno nel mio paesello, scoprire, in rue de la Station, a Châtelet, un fruttivendolo al posto dello studio del dottor Armand. Pare che le sue figlie o i suoi nipoti, non lo so bene, avessero venduto la casa.
Niente di drammatico in questo, certo. Tanto più che era passato un sacco di tempo da quando la targa di rame che menzionava il nome e gli orari di consultazione del medico era scomparsa dalla facciata, a sinistra della porta d'ingresso sotto il campanello. Eppure... La nostalgia essendo quello che era, l'alta silhouette del dottore mi apparve improvvisamente sulla soglia, borsa in mano, il trench color mastice.
Poi, più niente. È qui che si era stabilito, neolaureato, negli anni 1947-1948. I primi tempi, faceva le sue visite a domicilio su una moto comprata di seconda mano. Poi, più tardi, fu in una Citroën traction avant nera, acquistata sempre di seconda mano. Il dottor Armand non si era arricchito sulla pelle dei suoi pazienti. Certamente no, in ogni caso, a scapito della comunità italiana all'interno della quale, dopo la guerra, si era forgiato una straordinaria popolarità. Senza cadere nel "tu" paternalistico, era un gentiluomo nel nobile senso del termine. Un simpaticone che accettava senza cerimonie la ciotola di minestrone che la moglie di Antonio, d'Angelo, di Guido o di Pietro gli offriva quando il freddo mordeva e gli restavano ancora una decina di malati da vedere a Pont-de-Loup prima di tornare a consultare in rue de la Station. Devo specificare che aveva imparato l'italiano mille volte più velocemente di quanto i "Ritals" si fossero affannati per cercare di cavarsela in francese?! Né che non avesse nulla di un distributore di certificati di compiacenza per ricchi? Ma il numero di bambini di emigrati che soffrivano di anemia che aveva spedito all'aria buona, invece, in colonie! Mi vedo bambina, con la coda di cavallo e le mutandine sulla bilancia del suo studio. L'ago indicava 38-40 buoni chili. La penna del Dr. Armand scriveva, invece, dieci libbre in meno sul mio libretto sanitario: "Dai su, magrolina! Hai bisogno di un mese di iodio a Cesenatico!", esclamava dandomi paternamente dei colpi sulle mie natiche rotonde. "Tua madre avrà così pace e tu, la possibilità di respirare l'azzurro del tuo paese...".
Caro dottor Armand... Il caso, a volte... Siete morto improvvisamente a cinquantuno anni. All'età esatta, a un giorno di distanza, a cui spirò senza preavviso un paziente con cui avevate fraternizzato. Un minatore, volato al cielo, in una dolce notte di primavera il 19 aprile 1951, tra le braccia di sua moglie, a tre metri dai suoi quattro bambini addormentati. Mia madre mi ha raccontato che, chiamato d'urgenza all'alba al capezzale del defunto, eravate distrutto: "Vi giuro, Signora, vi giuro che nulla mi faceva pensare che se ne sarebbe andato così in fretta...". Prima di scoppiare a singhiozzare, la mano su quella del grande uomo disteso tutto rigido.
Ero presente. Avevo quattro anni. Pare che mi aggrappassi serena e tranquilla al copriletto. Come potrei ricordarmi delle vostre parole? "Angelo, era il mio amico...".
YVONNE SOMADOSSI.
-
Lingua
-
Français
-
Data di creazione
-
6 agosto 1989