Contenuti
-
Passaporti di Dallapè GiovanniInteressanti le indicazioni per gli emigranti sulle copertine rosse
-
Certificato di arrivo in America di Giovanni DallapèTraduzione: CEMLA Centro di Studi sulle Migrazioni Latinoamericane Certificato di Arrivo in America GIOVANNI DELLAPE di nazionalità AUSTRIACA proveniente da GENOVA, arrivato a BUENOS AIRES il 10 dicembre 1889 a bordo della nave NAPOLI I suoi dati di origine sono: ETÀ: 18 anni Stato civile: SCONOSCIUTO Professione: OPERAIO Religione: CATTOLICA SILVIA CASTRO DATABASE IMMIGRATI Le informazioni fornite sono state ottenute dal CEMLA, secondo i Registri di Imbarco degli Immigrati della Direzione Nazionale della Popolazione e della Migrazione. Tuttavia, questo Certificato non è valido per alcun tipo di procedura amministrativa, giudiziaria o di altro genere.
-
Carla Dellapè Saavedra - Argentina e Cile - Oltre confini e generazioniCarla Andrea Dellapè Saavedra è nata in Argentina nel 1983 e si è poi trasferita a Santiago del Cile nel 1991. Il suo bisnonno Giovanni Battista Dallapè nato a Cavedine nel 1873, a 18 anni è emigrato in Argentina dove si è sposato ed è nato suo nonno nel 1903, Edoardo Demetrio Dellapè. Con questo cambio di cognome è proseguita la famiglia. La sua nonna Isolina Dallapè è nata a Stravino nel 1909 e nel 1927 ha dovuto emigrare in Argentina dove ha conosciuto il nonno e si sono sposati. Ci ha inviato da Santiago del Cile questa sua toccante testimonianza.
-
Davanti a casaGuglielma Paris, prima a sinistra in seconda fila, era la moglie di Roberto Zanella, ma non l'ha mai seguito nelle sue emigrazioni. Insieme ad un gruppo familiare posa davanti alla sua casa di Covelo. Accanto alla casa sono accatastate alcune fascine di legna, si vede inoltre un badile una botte. La datazione è approssimativa. La stampa misura 9x14 cm ed è conservata incollata in un vecchio album fotografico con in copertina un leone rampante.
-
ScampagnataOlga Tasin, la quarta in prima fila, si trova con amici in campagna presumibilmente in Pennsylvania. Dietro loro è riconoscibile una una Plymouth, automobile prodotta negli anni '30. Questa foto sul retro è scritta fittamente ma non si riesce ad accedere al testo perché è incollata su un vecchio album fotografico con in copertina un leone rampante. La stampa, in bianco e nero, misura 6x10 cm.
-
Gruppo in PennsylvaniaFoto di gruppo in cui compare Roberto Zanella, probabilmente nella sua prima emigrazione in Pennsylvania nel 1923. Non ci è dato sapere chi siano gli uomini ed i bambini che posano con lui, né il luogo esatto dove è stata scattata la foto. La stampa in bianco e nero misura 8x11 cm ed ha intorno un bordo bianco. È conservata incollata in un vecchio album fotografico con in copertina un leone rampante.
-
Un enorme fioccoUn enorme fiocco sulla porta indica probabilmente l'inaugurazione della nuova casa di Angelina Decarli, qui insieme ai figli, nata in California da Carlo Decarli e Ersilia Zanella, emigrata da Covelo nel 1920. Data e luogo sono approssimativi. La stampa in bianco e nero misura 9x9 cm ed è bordata di bianco ed è conservata incollata in un vecchio album fotografico con in copertina un leone rampante.
-
Davanti alla TVOlga Tasin Zanella, raggiunti gli zii-genitori adottivi in California, ha passato molte ore davanti alla tv imparando in questo modo l'inglese. Qui è insieme a loro, Giuseppe Zanella e Olga Tasin, e allo zio, Roberto Zanella, che l'ha accompagnata nel viaggio da Covelo in California. La stampa in bianco e nero è quadrata di 9 cm e bordata di bianco ed è conservata incollata in un vecchio album fotografico con in copertina un leone rampante.
-
Foto ricordo di gruppo dall'ArgentinaLa fotografia è inserita in un cartoncino piegato con timbro "FOTO PICHI - Servicio Especial a Domicilio - ESTUDIO FOTOGRAFICO - Pedernera 3465 - R. de Escalada E. [Remedios de Escalada de San Martín, Argentina?]. Una foto di gruppo a domicilio doveva essere un bel ricordo da mandare all'amica. È conservata tra i ricordi di Roberto Zanella, ma mancando la busta con l'indirizzo possiamo solo presumere che fosse indirizzata a sua moglie Guglielma. In assenza dei cognomi non sappiamo chi sono queste persone ma quasi sicuramente sono originari di Covelo. Sul retro del biglietto c'è questa missiva scritta a mano: "Ti mando la fotografia che ci troviamo in casa di Maria, si trova anche Onorio quel vicino sono del ponte delle arche quel abasso il marito di Ernesta [Guglielmo Tasin?] e i nipotini di Maria. quel vicino al Rico sono il figlio del povero Paolino Verones quel vicino figlio di Maria e l'altro il genero. saluti a tutti i tuoi da me e Rico tua amica Albina". Se sapete chi sono segnalatecelo così potremo inserirli nel nostro elenco degli emigrati. Il biglietto piegato misura 14x20 cm e la fotografia 11x17 cm.
-
Sulla porta di casaSulla porta della casa al numero 73 Rue Saint-Blaise Châtelet (Vallonia-Belgio) che fa angolo con rue Bon Air, insieme ad un bambino c'è Ilda Sommadossi, emigrata da Ranzo col marito Lino Sommadossi, subito dopo il matrimonio, e rientrati poco tempo dopo. La stampa in bianco e nero misura 10x7 cm.
-
Anche la tinozza sta fuoriQuando la casa è piccola, come quella dei minatori in Pont de Loup in Belgio, le cose ingombranti possono satre fuori, come questa tinozza di ferro zincato, "brènta" per noi trentini, strumento indispensabile per fare il bucato e per farsi il bagno. La stampa in bianco e nero misura 7x10 cm.
-
Miniera belga col suo terrilI cumuli di detriti sterili prodotti dalle miniere di carbone e formavano queste colline artificiali chiamate terril. Erano accumulati accanto ad ogni miniera ed erano territorio di gioco per i bambini dei miratori. Qui siamo a Pont de Loup, in Belgio Ora esse rappresentano il paesaggio post-industriale e spesso vengono riqualificate come aree verdi, siti escursionistici o monumenti. La stampa in bianco e nero misura 7x10 cm.
-
Se la casa è piccola...e si vogliono accogliere gli amici, si porta il tavolo fuori casa e lo spazio cresce. Alessio Sommadossi col figlio Lino Sommadossi "brindano "con gli ospiti a Pont de Loup in Belgio.
-
Cafe trentinoQuesto locale si trovava all'angolo della rue A. Schoy e della rue des Lorrains (ora al n. 46) a Pont de Loup. Era gestito da Faes Enrico, originario di Ranzo, con la sua famiglia: Enrichetta sua moglie (Enrica Pisetta), le figlie Ester, Palmina e Gemma, e i figli Umberto e Roger. Negli anni '60 era un famoso posto di ritrovo per i trentini della zona. Sopra la porta d'ingresso è presente una grande insegna con la scritta "CAFE TRENTINO" un'altra insegna laterale, non completgamente visibile riporta "BAMPE (?) CAFE TRENTINO". Sulla facciata sono visibili insegne pubblicitarie per bevande, tra cui il marchio "MARTINI" e la birra "Lo bière fidèle [La birra fedele] teck-ale 8 rue des Allies". La casa aveva allora il numero 34. La stampa in bianco e nero misura 10x7,5 cm.
-
Battesimo in BelgioBattesimo di Lino Sommadossi, figlio di Alessio Sommadossi e Agnese Parisi, emigrati originari di Ranzo, nato a Pont de Loup in Belgio nel 1937. Lui è in braccio alla madrina, accanto ci sono il padrino ed i genitori. Lino ha frequentato le scuole elementari in Belgio e poi è rientrato con la famiglia a Ranzo con suo padre ammalato di silicosi. La stampa in bianco e nero misura 13x18 cm.
-
Alessio Sommadossi emigrato in BelgioAlessio Sommadossi, classe 1906, di Ranzo, emigrato in Belgio, fa dal fotografo questo ritratto a figura intera, così da mandare un ricordo ai familiari. Sul retro è formato cartolina. La stampa misura 14x9 cm. Dai ricordi trasmessi dal figlio Lino al nipote Christian sappiamo che Alessio ha lavorato per anni nelle miniere di carbone a Pont de Loup Dal matrimonio con Agnese Parisi originaria di Ranzo è nato Lino Sommadossi nel 1937. Morta la moglie prematuramente nel 1941, Alessio si è risposato con Matilde Chesani, originaria di Brusino, e ha avuto altri due figli: Carla Sommadossi nata a Ranzo nel 1943, durante il periodo di guerra quando erano rientrati temporaneamente in patria, e Alfredo Sommadossi nato in Belgio nel 1949 . Alessio raggiungeva al mattino le miniere e per arrivare al suo interno prendeva assieme agli altri operai un grosso ascensore. Questo lavoro era molto duro, i minatori entravano in corridoio molto stretti sdraiati sulla pancia. Si mettevano tutti in fila indiana e facevano passamano con il materiale. Questa posizione a pancia in giù a contatto con il terreno faceva respirare ai minatori polveri nocive. A volte all'interno delle miniere avvenivano forti esplosioni causate dal gas che era chiamato "Grisù”. Quando alla sera i minatori uscivano dalle miniere per tornare a casa erano tutti ricoperti da una polvere nera ed erano irriconoscibili. Suo figlio faticava a riconoscerlo. Verso il 1950, dopo un lungo viaggio durato quasi un mese, sono tornati in Italia a Ranzo. Se Alessio è stato risparmiato dalle terribili esplosioni nelle miniere, non ha però avuto scampo dalla silicosi. È morto giovane all'età di 58 anni.
-
E il medico scoppiò a piangere...In questo articolo, pubblicato su "Le Soir" del 17.08.1988, Yvonne Sommadossi, descrive la figura del suo medico di famiglia d'infanzia, il dottor Armand, attivo a Châtelet negli anni '40 e '50 e molto amato dalla comunità italiana locale. Traduzione: Avete un medico di famiglia? Il vero medico delle famiglie... un po' all'antica? Un dottore che, per definizione, vi ha visto nascere o partorire? Che ha guarito la miriade di pertosse, morbilli, scarlattine, varicelle dei vostri pargoli? Che ha tenuto la mano di vostro nonno quando è morto? Che conosce i vostri segreti più intimi senza che siate obbligati a confessarglieli? Che indovina che il calo di tensione della vostra figlia grande si chiama delusione amorosa e non depressione esistenzialista? Chi? Allora, siete molto fortunati! È prezioso, un medico di quel modello lì. Curatelo bene soprattutto. Oh! Rassicuratevi! Non vi chiederò il suo indirizzo per rubarvelo. Ho il necessario. La mia generalista si chiama Brigitte. È tanto giovane quanto efficace e comprensiva, perspicace. Non se ne parla nemmeno che la scambi con due discepoli di Esculapio del 1920. Sono due anni che la conosco. Il suo studio si trova in rue Malibran, in un quartiere pittoresco, ricco di colori e di djellaba dove ha scelto di esercitare per essere più vicina alla gente. Ma Brigitte, l'ho conosciuta... nel 1987, a Bruxelles. Non è lei che ho morso a cinque anni quando il medico curante della tribù Somadossi armeggiava nella mia gola con il pretesto delle tonsille. Non è lei, no, è il dottor Armand. Armand di nome. Perché evocarlo qui? Perché mi ha fatto un certo effetto, l'altra settimana, di ritorno nel mio paesello, scoprire, in rue de la Station, a Châtelet, un fruttivendolo al posto dello studio del dottor Armand. Pare che le sue figlie o i suoi nipoti, non lo so bene, avessero venduto la casa. Niente di drammatico in questo, certo. Tanto più che era passato un sacco di tempo da quando la targa di rame che menzionava il nome e gli orari di consultazione del medico era scomparsa dalla facciata, a sinistra della porta d'ingresso sotto il campanello. Eppure... La nostalgia essendo quello che era, l'alta silhouette del dottore mi apparve improvvisamente sulla soglia, borsa in mano, il trench color mastice. Poi, più niente. È qui che si era stabilito, neolaureato, negli anni 1947-1948. I primi tempi, faceva le sue visite a domicilio su una moto comprata di seconda mano. Poi, più tardi, fu in una Citroën traction avant nera, acquistata sempre di seconda mano. Il dottor Armand non si era arricchito sulla pelle dei suoi pazienti. Certamente no, in ogni caso, a scapito della comunità italiana all'interno della quale, dopo la guerra, si era forgiato una straordinaria popolarità. Senza cadere nel "tu" paternalistico, era un gentiluomo nel nobile senso del termine. Un simpaticone che accettava senza cerimonie la ciotola di minestrone che la moglie di Antonio, d'Angelo, di Guido o di Pietro gli offriva quando il freddo mordeva e gli restavano ancora una decina di malati da vedere a Pont-de-Loup prima di tornare a consultare in rue de la Station. Devo specificare che aveva imparato l'italiano mille volte più velocemente di quanto i "Ritals" si fossero affannati per cercare di cavarsela in francese?! Né che non avesse nulla di un distributore di certificati di compiacenza per ricchi? Ma il numero di bambini di emigrati che soffrivano di anemia che aveva spedito all'aria buona, invece, in colonie! Mi vedo bambina, con la coda di cavallo e le mutandine sulla bilancia del suo studio. L'ago indicava 38-40 buoni chili. La penna del Dr. Armand scriveva, invece, dieci libbre in meno sul mio libretto sanitario: "Dai su, magrolina! Hai bisogno di un mese di iodio a Cesenatico!", esclamava dandomi paternamente dei colpi sulle mie natiche rotonde. "Tua madre avrà così pace e tu, la possibilità di respirare l'azzurro del tuo paese...". Caro dottor Armand... Il caso, a volte... Siete morto improvvisamente a cinquantuno anni. All'età esatta, a un giorno di distanza, a cui spirò senza preavviso un paziente con cui avevate fraternizzato. Un minatore, volato al cielo, in una dolce notte di primavera il 19 aprile 1951, tra le braccia di sua moglie, a tre metri dai suoi quattro bambini addormentati. Mia madre mi ha raccontato che, chiamato d'urgenza all'alba al capezzale del defunto, eravate distrutto: "Vi giuro, Signora, vi giuro che nulla mi faceva pensare che se ne sarebbe andato così in fretta...". Prima di scoppiare a singhiozzare, la mano su quella del grande uomo disteso tutto rigido. Ero presente. Avevo quattro anni. Pare che mi aggrappassi serena e tranquilla al copriletto. Come potrei ricordarmi delle vostre parole? "Angelo, era il mio amico...". YVONNE SOMADOSSI.
-
Tomba di Angelo SomadossiVediamo qui Yvonne Sommadossi sulla tomba di suo padre a Pont de Loup in Belgio, a 60 anni dalla morte. Sulla tomba il cognome di Angelo Sommadossi, originario di Ranzo, è scritto con una sola emme come spiega in un suo articolo Yvonne:
-
GaleteDolce proveniente da Belgio e Francia e poi diffusosi con diverse varianti. Questo in foto è quello che è rimasto dopo che in gruppo abbiamo assaggiato le delizie che ci hanno portato i nostri emigrati in Belgio rientrati a Ranzo. Maria Pia Parisi ha preparato l'impasto alla sera e Elio Sommadossi li ha cotti al mattino. Ecco la ricetta delle galete di Maria Pia. Ingredienti: 700 gr zucchero, 1 kg di farina, 500 gr di burro, un pizzico di sale, uno yogurt naturale. Preparazione: Mescolare le uova con lo zucchero, aggiungere poi gli altri ingredienti incorporandoli man mano: il burro, la farina, il sale e lo yogurt. Lasciar riposare l'impasto e poi cuocerlo un mestolo alla volta nell'apposita piastra elettrica così da prendere la classica forma a nido d'ape.
-
Allistante che mise piede nella Mericha : l'emigrazione transoceanica dal Trentino (1870-1914) : proposta didatticaQuesto volume presenta un percorso didattico rivolto alle classi terze delel scuole secondarie di primo grado ed in forma ridotta alle quinte della primaria (a pag. 9 le indicazioni). Si presenta come un'antologia di fonti differenziate (lettere, articoli di giornale, brani storiografici, poesie, canzoni...) organizzate secondo nuclei tematici ed all'interno di essi, quando possibile, in ordine cronologico. Ogni documento ha una spiegazione introduttiva ed è seguito da esercizi graduati di diversa tipologia per guidare gli studenti a compiere operazioni storiche. Fra i materiali presenti segnaliamo per quanto riguarda la Valle dei Laghi: doc. 20 a pag. 69-71: documento datato "Vezzano, 18 agosto 1882" scritto da un capoposto di gendarmeria all'I.R. Giudizio Distrettuale che ci offre una vivace presentazione di un ingaggiatore all'opera per convincere i residenti ad emigrare in Brasile. Vengono citate le famiglie che hanno aderito al suo invito. doc. 29 a pag 97: Certificato del Comune di Covelo che fa richiesta al Capitanato Distrettuale di Trento per ottenere il passaporto di Toman di Giovanni Merlo di Covelo
-
Con una sola « M » come in ti amoIn questo articolo Yvonne Somadossi racconta di come ha imparato a scrivere le sue prime parole, in età prescolare, osservando la lapide del padre, dove il cognome riportava per errore una sola M: "Angelo Somadossi". È un'altra testimonianza di come Sommadossi e Somadossi si possano trovare usati talvolta indifferentemente, dei problemi che ciò può causare. Veniamo intanto a conoscere anche qualche aneddoto sulla scuola belga degli anni cinquanta. Traduzione: Con una sola "M" come in Ti amo Senza vantarmi, mi ha adorato per quattro anni. Ma quando, all'improvviso, se n'è andato, ammetto che ci ho messo un po' a rendermene conto. Dai, proprio il giorno prima, non ero forse ai suoi piedi e tra le sue braccia, sui suoi talloni e sulle sue ginocchia, aggrappata ai suoi lembi della giacca e al suo collo come al solito? No, quando mi lasciò, fu Mademoiselle Emilie, con i suoi occhi rossi, ad aprire i miei... a scuola, quasi un anno dopo. Stava facendo una lezione di disegno, senza parole, sul mio banco... all'improvviso capii. Finalmente capii. Lui e io, era finita. Davvero, davvero finita. Tagliente come il bisturi di una lettera anonima, infida e crudele, l'emozione della nostra maestra del terzo anno di scuola dell’infanzia mi aveva appena informato. Quando ci chiese, all'inizio di quel pomeriggio, di disegnare il ritratto di nostro padre, non si aspettava di scoprire un'immagine così concisa della mia. Un'immagine che avevo disegnato in completa serenità, preoccupandomi solo di non superare i limiti, ma che rappresentava, al centro di un grande quadrato, un po' decentrato, i tratti che tanto amavo e conoscevo: ANGELO SOMADOSSI 1900-1951. Ecco fatto. C'era qualcosa che non andava? No, no, mormorò dolcemente Mademoiselle Emilie, appoggiandosi alla panca per asciugarsi discretamente gli occhiali, è solo che non sapevo che stessi già scrivendo, o soprattutto che… "Ho imparato a leggere sulla tomba di mio padre!" la interruppi, quasi trionfante, cercando di nascondere con una finta nonchalance ciò che avevo appena intuito, sopraffatta, nel battito delle sue ciglia umide... E prevedere il futuro: i papà, o li mostravi come tutti gli altri, con un cappello, gli occhiali, la barba, la macchina, le bretelle, la cravatta, i pacchetti o il giornale, o non li mostravi mai perché non trovavi mai le gomme, i colori, le matite accuratamente sparite. E sempre di nuovo perse. Altrimenti, le signorine tiravano su col naso prima di sussurrare tra loro il tuo soggetto in fondo al cortile. E per inaugurare una parola divertente nei registri dopo la professione del padre: ded. E che dire di Brigitte Fossey in “Giochi proibiti"? Brigitte che interpreta Paulette, ossessionata da tutti i carri funebri e gli altari che inseguiva con il suo piccolo compagno Michel? Scusate, ma è stato proprio l'anno in cui il film è stato girato. No, se vi racconto questo piccolo aneddoto ora che la Festa del Papà del 1986 è ormai passata, è perché, come domenica scorsa, ci penso con un sorriso ogni volta che varco la soglia del silenzioso cimitero di Pont-de-Loup, dove mio padre riposa nella seconda navata a sinistra. Ci penso perché non indovinerete mai cosa simboleggia quella semplice iscrizione scolpita nella pietra, il legame unico tra il Pater familias e la figlia minore. Questo lascito (involontario da parte sua, postumo), lo preferisco a tutte le eredità, a tutti i vantaggi che un uomo ricco avrebbe potuto avere formalizzati davanti a Mastro Jacquet, notaio. È un ammiccamento consapevole che mi ha mandato dal cielo, e lo custodisco gelosamente come la pupilla dei miei occhi. Ascolta questo. In un momento in cui troppi figli di celebrità sospirano perché iniziano la loro vita indossando, ad esempio, il bavaglino “Reagan ou Fonda Junior” è più una maledizione, un difetto, o quantomeno un'invalidità superiore al 66% (menzionata in Belgio in fondo alla prima pagina di ogni dichiarazione dei redditi, a destra, vicino al numero del conto pensione) che una questione di fortuna... In un'epoca in cui le lamentele sulla difficoltà di farsi un nome gonfiano molte cose, a cominciare dagli occhi delle ragazzine e dalle tasche degli editori, in un'epoca in cui i figli poveri dei ricchi sputano nella minestra con il complesso schiacciante di un NOME TROPPO PESANTE DA SOPPORTARE, vorrei sottolineare che anche il più anonimo dei cognomi può, sotto la sua apparenza innocua, riservare i guai più brutti. Potrebbe persino, appena un po' più in là, farti finire in prigione per falsificazione e furto d'identità! Perché l'ho vissuto! Io, la figlia discreta di un... macho forse (non scontento del fatto che sua moglie si rivolga spontaneamente a lui in modo formale e che esegua alla perfezione i termini di riferimento da lui stabiliti all'inizio del matrimonio: un paio di ragazze, un paio di ragazzi, nell'ordine che preferisci, va bene, no?), ma certamente non di un esibizionista... Io, la degna figlia minore di un onesto ragazzo alto 1,88 m che, per vent'anni, ha interpretato meticolosamente il suo ruolo in bianco e nero (e più in nero che in bianco) nel ruolo di un minatore in profondità nella più estenuante delle superproduzioni, “notte e giorno, vado in prima linea”... Io, la bambina birichina la cui memoria fotografava voracemente le sue prime lezioni di lettura ai piedi di una tomba accogliente, come avrei potuto percepire che c'era stato un errore fin dall'inizio? Che il lapidaio, un mio connazionale nato a Venezia, avesse sbagliato a scrivere una M nel nome dell'amico defunto? Che la vedova e i suoi anziani non avessero avuto il coraggio di far rimuovere la lapide e far rifare l'iscrizione ad un amico che, in buona fede, aveva sempre creduto che Angelo fosse semplicemente scritto dopo la sigla SO? Dieci, quindici, vent'anni dopo, gli avvertimenti cominciarono a piovere da ogni parte. La scuola, per i diplomi; il consiglio comunale, che si chiedeva cosa avessi sbagliato con questo nome abbreviato, come se non fosse già abbastanza complicato; l'ufficio postale, la banca, i miei primi datori di lavoro; la mia famiglia, completamente sconcertata dai miei primi articoli pubblicati su Le Soir. "Beh! Da quando scrivi questo Somadossi abbreviato?". Fui molestata, bloccata, mi fu imposto di scrivere il mio cognome così come era stato registrato all'anagrafe, sotto la minaccia di molte... sanzioni, mascherate da processi, multe e... scusate? Ecco una foto della tomba di mio padre, signori. Perdonatemi, non la tradirò. Non cambierò mai nulla del nome immacolato (sniff) che un uomo onesto mi ha lasciato come sua unica eredità morendo. E lì ho interrotto la mia tirata, prima di passarmi stancamente una mano sul viso... e cercare di soffocare le risate che, sentivo, stavano per scoppiare a raffica! Per fortuna, il personale dietro i banconi stava iniziando ad annuire, profondamente impressionato. Ho fatto loro scivolare la foto. E dieci giorni dopo, gli uffici competenti di Pont-de-Loup-Bouffioulz-Charleroi-Bruxelles hanno accolto una nuova iscritta il cui nome era composto solo dalla sua M. Come Angelo, ci amiamo. YVONNE SOMADOSSI
-
Yvonne SomadossiYvonne Somadossi è nata e vissuta in Belgio tra il 1946 e il 2022. In realtà alla nascita è stata registrata come Yvonne Sommadossi, figlia di Angelo Sommadossi e Costantina Pisetta, ambedue emigrati da Ranzo in Belgio alla fine degli anni venti del novecento. Prima di andare a scuola lei aveva imparato a scrivere il suo cognome con una sola emme, così come era scritto sulla lapide di suo padre, morto prematuramente per la silicosi contratta in anni di lavoro in miniera. Questo legame tra il cognome storpiato e suo padre era per lei così forte che ha voluto poi usare anche in età adulta Somadossi "con una sola M come in Ti amo". In realtà, un tempo, anche i documenti che accompagnavano i nostri emigranti, rilasciati dal comune o dal parroco, riportavano spesso "Somadossi", per cui risulta comprensibile come questa scrittura errata possa essere finita anche sulla lapide di Angelo Sommadossi nel 1951. Ultima di quattro fratelli, Yvonne non ha mai mancato di esprimere il suo orgoglio nel sedersi "su due sgabelli", si sentiva sia belga che italiana. Nella sua vita è stata, tra l'altro, molto impegnata sul tema degli immigrati e delle immigrate. Vincitrice di numerosi premi letterari, copywriter pubblicitaria, scriveva settimanalmente su "Le Soir", ma collaborava anche con altri media belgi e italiani. Riportiamo nel nostro archivio alcuni dei suoi articoli, pubblicati su testate diverse, che riguardano il paese d'origine della sua famiglia e la situazione degli emigrati in Belgio che lei stessa ha vissuto.
-
Il vecchio amico ritrovatoQuesto articolo, pubblicato su "Le Soir" del 29.04.1986, scritto da Yvonne Sommadossi, dopo la morte della filosofa francese Simone de Beauvoir, è soprattutto un commovente omaggio alla sua mamma, Costantina Pisetta, e a tante altre madri. --- TRADUZIONE: Le Soir, 29 aprile 1986 Il vecchio amico ritrovato Era nata nel 1908. Come Simone de Beauvoir [eminente filosofa esistenzialista francese 1908-1986], di cui non aveva mai sospettato l'esistenza e l'esistenzialismo. Portava i capelli raccolti in uno chignon, ma senza turbante. Non aveva mai saputo che donne non si nasce, ma lo si diventa. E a settantotto anni, non l'ha ancora intuito, capito o realizzato. Non ne aveva mai avuto il tempo. Aveva il suo dovere da compiere. Senza scoprire che il suo dovere consisteva solo in sacrifici. O umili lavori dietro le quinte. Cuciva e rammendava. Ricamava e lavorava a maglia. Cantava e lavorava all'uncinetto. Portava in braccio i bambini. Li rimboccava, li cullava, li allattava, vegliava su di loro. Cambiava loro i pannolini. Li amava giorno e notte. Due maschietti e due femminucce. Erano le sue preoccupazioni e la sua vita. Era sempre china. Su secchi d'acqua e su letti. Su insalate e su un libro. Sul lavandino o sui quaderni. Su lacci delle scarpe da legare e su ginocchia da fasciare. Lei dovette chinarsi. Sulla bara di un uomo amato. E su pesanti carri otto giorni dopo. Strinse labbra e denti. Nascose le lacrime ai suoi figli. Pianse senza battere ciglio. Era pagata così male che si faceva un punto d'onore di non indebitarsi mai. Era attiva nel Partito della Dignità. Scriveva molto. Alla sua famiglia. Ai suoi figli al campo estivo. Ai suoi figli che erano partiti per il servizio militare. E poi, la gente scriveva per lei, anche se lei conservava per sé i biglietti di auguri per il compleanno e per Natale. Era coinvolta in ogni lotta per arrivare a fine mese. Dimostrava coraggio e onestà, tenerezza e lealtà, semplicemente dando l'esempio, inconsapevolmente e senza marciare. È a favore del matrimonio. Crede nell'impegno. Crede nel perdono. Crede che una buona tisana risolva tutto. Fino a una certa età, almeno. Poi, quando arriva l'età, bisogna difendersi. Senza ascoltarsi. Mantenere quante più attività possibili in giardino e in casa. Non ha mai parlato di declino con il pretesto che gli anni passano e la ruggine dei reumatismi avanza. Al contrario. Sorride. Continua a fare del suo meglio. Meticolosamente con la sua igiene personale. E con la cucina più deliziosa. Tranne quando le capita di dover riposare per periodi più lunghi. Sempre più spesso. Sì, certo. Ora deve sedersi la mattina. E per un'ora il pomeriggio. Probabilmente perché non dorme più così tanto la notte. Anzi, dalle 5, dall'alba, è finita, pensa. Prega con le sue belle parole. E poi, prega con le parole ufficiali. Per affidare a LUI l'uno o l'altro dei problemi dei bambini. Per la scuola del più piccolo e per il lavoro degli adulti. Perché, insomma, possano avere la stessa felicità che ha lei su questa terra… Devo anche dirvi che ama leggere. Da quando le hanno insegnato, tanto tempo fa. E da quando ha comprato i nuovi occhiali l'anno scorso. Aveva sempre ammirato gli scrittori. Eppure l'altra settimana, quando ha visto la copertina di Le Nouvel Observateur con il titolo "Donne, le dovete tutto!" sotto il ritratto di Simone de Beauvoir, quando ha chiesto, con viva curiosità, chi fosse questa studiosa, questa grande signora a cui dire grazie, non ha capito... Perché le sue figlie l'avessero improvvisamente abbracciata, con la gola stretta in gola. Perché le avessero sussurrato quella sciocchezza assoluta: "Vali mille volte più di un intellettuale, solo per il tuo mignolo..." Rise. Rise alla bella battuta. E se vi parlo di lei oggi, è perché la vedrò il 1° maggio. Più felice che mai. Che lui sia tornato, "Il tempo del mughetto", come un vecchio amico ritrovato... come cantava Francis Lemarque. L'amico, il bel mazzetto che le porterò. YVONNE SOMADOSSI.























