Luoghi

  • Dalla calchèra al calcinèr parlando di pietre
    Dalla calchèra al calcinèr parlando di pietre
    Percorso facile ad anello nel paese di Calavino e suoi immediati dintorni partendo dalla fermata delle corriere in piazza Cristoforo Madruzzo. È lungo circa 3 km ed ha un dislivello di 90 metri. Progettato da Ecomuseo della Valle dei Laghi per rispondere alle esigenze del gruppo opzionale "L'aula di geologia" della scuola secondaria di primo grado di Vezzano per cercare le tracce della produzione della calce, osservando sul cammino ogni altro punto che potesse interessare geologia e pietre, è consigliato a chiunque condivida questo interesse. Il percorso, accompagnato da molte fotografie è disponibile su
  • Calchèra a Calavino
    Calchèra a Calavino
    Grande calchèra in prossimità del paese. Sono ancora intatti l'entrata sormontata da una robusta architrave monolitica ed i muri circolari perimetrali anneriti dal fuoco. Nella parte superiore più esposta è stata posta una staccionata protettiva. Chi avesse informazioni su questa specifica calchèra è invitato a condividerle con archiviomemoria@ecomuseovalledeilaghi.it così da arricchire questa scheda.
  • La cava di Terlago
    La cava di Terlago
    La cava di Terlago, detta “Predara” o cava “Redi”, si trova a nord del Lago di Terlago. Nella cava veniva estratto il rosso ammonitico, una roccia sedimentaria formatasi in fondo ai mari circa 200 milioni di anni fa e contenente fossili di ammoniti, belemniti e altri molluschi bivalvi. Veniva anche chiamata la pietra rossa di Terlago, per via del suo colore rosso. Oltre al rosso ammonitico, venivano estratti anche altri tipi di roccia, più superficiali, che però venivano scartati: il verdel, il vertross e il ceresol. Gli abitanti di Terlago hanno iniziato a usare la cava qualche secolo fà e hanno smesso di cavare la pietra nel 1944, alla fine della Seconda Guerra Mondiale. La cava è stata poi riaperta nel 1952 fino al 1959 e fu affidata alla ditta Redi di Trento. Successivamente non fu più utilizzata. Negli anni ‘50 alla cava c'erano una decina di persone di Terlago che vi lavoravano. Gli scalpellini venivano pagati a metro cubo di materiale estratto o in base a quante ore lavoravano. Si estraevano grandi blocchi di roccia, non si usava esplosivo ma soltanto cunei in ferro, scalpelli e mazze, per salvare la pietra. C'erano diversi strati (lassi), di diverso spessore e si estraeva sfruttando le vene della roccia. La pietra veniva venduta come era estratta, senza batterla e rifilarla e si calcolava il volume. Erano blocchi molto pesanti, non si potevano alzare, si spostavano con le leve. Per caricarli sul carro e poi sul camion usavano un sistema costituito da dei corli e dei palanchi di legno. Per secoli, la pietra venne usata per costruire i muri delle case del paese e per realizzare pavimentazioni, scale, stipiti e cornici di finestre e porte. Era una pietra molto pregiata. Fu utilizzata anche per costruire la chiesa, il capitello “alla Costa" e il monumento ai caduti. La pietra estratta veniva portata e utilizzata anche a Trento, non solo a Terlago. Fonti: Scuola Elementare Terlago, Comune di Terlago (1995) Terlago “Edilizia rurale” immagini e testimonianze “I portali”
  • Calchèra di Covelo
    La calchèra di Covelo si trova nel bosco, al termine di una strada che conduce ad alcuni campi a sud-est del paese. È stata costruita da Arturo Depaoli ed è stata messa in funzione da Aurelio Tasin, Valentino Cainelli Verones, Remo e Angelo di Covelo. La calchèra è stata realizzata e utilizzata una sola volta tra i mesi di maggio e giugno dell'anno 1954. La struttura ha un diametro di 3,5 metri e un’altezza di circa 3 metri ed è costituita da sassi di roccia calcarea (sassi bianchi). Prima della messa in funzione la struttura veniva ricoperta di terra argillosa (credosa), così da tappare i buchi tra i sassi e non disperdere il calore. Al centro presentava un camino per la fuoriuscita del fumo. Il camino veniva realizzato utilizzando un tronco di pino, durante la costruzione della volta in sasso veniva inserito verticalmente il tronco al centro della struttura, procedendo progressivamente in altezza, man mano che si posizionavano i sassi attorno al tronco e a riempire la struttura, il tronco veniva sfilato dall’alto. A struttura terminata il tronco veniva tolto lasciando spazio al camino. All’interno della calchèra si accendeva un fuoco che veniva alimentato ininterrottamente per 8 giorni, la legna veniva inserita dall’esterno attraverso una bocchetta. Quando i sassi della calchèra erano cotti, si aspettavano 15 giorni affinché si raffreddassero, poi venivano trasportati in paese per produrre la calcina. I sassi cotti venivano riposti nelle buse della grassa, vi si versava sopra dell’acqua e questi si scioglievano (i boiva), dando origine ad una sostanza densa e molle: la calcina. La calcina si conservava a lungo, anche per più di un anno, veniva ricoperta con della sabbia e, quando serviva, veniva diluita con dell’acqua. La calcina veniva utilizzata nelle abitazioni sia per tinteggiare i muri sia per costruirli, mescolandola con della sabbia. Tutte le case del centro storico del paese sono state costruite usando la calcina. La calchèra produsse diversi quintali di calce, non è noto quale fosse il prezzo di vendita della calcina e se venisse venduta o semplicemente spartita per essere utilizzata dai compaesani. L’Amministrazione Comunale ha accolto la nostra richiesta di pulizia e ripristino della calchèra. Fonti: testimonianze di Urbano Cappelletti di Covelo --- La schedatura è stata fatta dal gruppo attività opzionali “L’aula di geologia” - a.s. 2025/26 Scuola Secondaria di I grado di Vezzano: Alberto, Bianca, Camilla, Desirè, Giulia, Gloria, Yasser, Marta e Sofia
  • Calchèra di Lon
    Calchèra di Lon
    La calchèra di Lon, si trova in cima al paese, a fianco della strada che porta al Monte Gazza, a ridosso degli ultimi campi. Venne costruita e utilizzata nel corso degli anni ‘40-‘50 e precedentemente ne furono costruite altre nella zona, che infatti prende il nome di località Calchèra. In particolare, nel 1952-53 la calchèra venne realizzata da tre compaesani: Mario Miori “Mariela”, Alessandro Miori “Sana” e Giuseppe Banali “Piva”; in altre circostanze da due/tre esperti muratori di Ranzo. Per realizzare la calchèra si utilizzarono i sassi di roccia calcarea presenti in loco, venne scavata una buca circolare nel terreno e vennero alzati i muri in pietra creando una volta. Durante il funzionamento, alla base della calchèra si accendeva un fuoco che veniva alimentato ininterrottamente per 20 giorni finché i sassi esterni erano cotti (si capiva perché diventano bianchi e si sgretolavano in superficie). La legna da ardere proveniva dai boschi circostanti ed era legna fina, costituita da tronchi di diametro ridotto. I sassi cotti, una volta freddi, venivano rimossi e si lasciavano in posizione solamente i muri laterali, alti circa 1-2 metri. Ogni calchèra produceva diversi quintali di calce, circa 2-300 (con 1 quintale di legna si produceva 1 quintale di calce). Dai sassi cotti si otteneva la “calce viva”, che si spargeva nelle stalle per prevenire l’afta epizootica, una malattia virale molto contagiosa e pericolosa. Per produrre la “calce spenta”, in quasi tutte le case, in cantina, era presente la busa della calcina. Si versava dell’acqua nella buca e si aggiungevano i sassi uno alla volta. L’acqua per produrre la “calce spenta” veniva prelevata in paese dalla roggia usando il secchio (celet) o la bigoncia (congial). A contatto con l’acqua i sassi si scioglievano (i boiva) formando la calce, un materiale bianco candido dalla consistenza molle e liscia. La calce aveva diversi utilizzi. All’epoca si usava per fare la malta per costruire i muri poiché era l’unico materiale disponibile ma anche eccellente e duraturo. Veniva utilizzata anche per tinteggiare (sbianchezar) e disinfettare i muri delle case oppure per produrre il verderame, un antiparassitario con cui irrorare le viti. Fonti:
  • Cava di Lon
    Cava di Lon
    La cava era attiva negli anni ‘50 e l’attività di scavo è durata diversi anni, circa 5-6 anni. La cava era stata data in concessione a Domenico Arighini (?) di Verona, che in quegli anni abitava a Santa Massenza e aveva ottenuto il permesso dal comune di Vezzano per estrarre la pietra rossa “Rosso Trento”. La pietra, una volta estratta, veniva portata a Verona dove veniva macinata per produrre la graniglia per fare le piastrelle. Alla cava lavoravano alcuni operai dipendenti del proprietario e tre ragazzi di Lon: i fratelli Natale e Giovanni Bortoli dei “Cuchi” e Giuseppe Miori dei “Giordani”, che all’epoca avevano 14-15 anni. Di giorno gli operai denominati “foghini” si occupavano di far esplodere la roccia con la dinamite per estrarre le lastre. I ragazzi si occupavano principalmente di caricare sul rimorchio del camion le lastre dirette a Verona. Venivano pagati a ore e lavoravano di notte, dalle 3-4 di mattina alle 8, giusto il tempo per riempire il rimorchio. All’epoca il paesaggio circostante la cava era brullo, ora invece vi crescono gli alberi e la cava è stata invasa dalla vegetazione. Poco prima della cava, sulla sinistra, dove ora si trova l’orto rialzato di una casa, era presente un’altra piccola cava da cui vennero presi i sassi per ristrutturare la chiesa di Lon nel 1890 e per costruire la casa del signor Francese. Fonti: testimonianze di Cornelio Miori, Emilio Miori e Giuseppina Bortoli di Lon
  • Calchèra di Fraveggio
    Calchèra di Fraveggio
    Si trova lungo la strada che porta al sentiero Scal per Margone e produsse calce fino agli anni 30’. Nello stesso luogo si produsse poi carbone vegetale fino agli anni 40’. Grazie all'interessamento del gruppo opzionale "L'aula di geologia" della scuola secondaria di I grado di Vezzano nel 2025/26 alcuni compaesani si sono attivati per la pulizia e il ripristino della calchèra.
  • Vecchia calcara di Terlago
    Vecchia calcara di Terlago
    Secondo le notizie raccolte dal gruppo di lavoro della scuola secondaria di Vezzano, era attiva tra gli anni '30-'50 del novecento. La calce prodotta veniva in parte utilizzata direttamente ed in parte anche fuori Terlago: a Sopramonte, Trento e Povo. Chi sapesse altre informazioni su questa specifica calcara è invitato a condividerle con archiviomemoria@ecomuseovalledeilaghi.it così da arricchire questa scheda.
  • Aula all'aperto di geologia
    Aula all'aperto di geologia
    L’aula all’aperto di geologia è stata realizzata all’interno del progetto SI.VAL (acronimo di Sazio Immersivo Valle dei Laghi) - educazione all’aperto, insieme all’aula di archeologia ed a quella di natura, nell'anno scolastico 2023/24, grazie alla collaborazione di Ecomuseo della Valle dei Laghi, Istituto comprensivo della Valle dei Laghi, Comunità della Valle dei Laghi, Comune di Vallelaghi, con finanziamento Caritro. Le classi seconda e terza della Scuola Primaria di Terlago, la classe quarta della Scuola Primaria di Vezzano, un gruppo opzionale delle classi terze della Scuola Secondaria di primo grado di Vezzano, l’esperta geologa Angela Castagna sono i protagonisti che hanno progettato e realizzato i contenuti dell’aula, selezionato quelli da porre sui pannelli e condiviso altro materiale nell’aula virtuale ospitata dall’Archivio della Memoria della Valle dei Laghi, collegata all’aula fisica tramite qr-code. Con dei percorsi di presentazione creati ad-hoc per ogni età, agli studenti è stata introdotta la geologia del Trentino e in particolare della Valle dei Laghi e la formazione dei pozzi glaciali. Questo ha dato modo a tutti i ragazzi coinvolti di poter ampliare ed approfondire le loro conoscenze di Scienze della Terra e soprattutto della geologia della Valle in cui vivono. Sui pannelli ci sono informazioni che partono dalla geologia del Trentino e dei punti di interesse geologico del Trentino in generale e della Valle dei Laghi in particolare ed infine informazioni sui pozzi glaciali ed Antonio Stoppani. Alla fine di ogni colonna c’è un simpatico gioco pensato dai ragazzi. I pannelli propongono inoltre un collegamento anche alle altre aule così da presentare il paesaggio e l’ambiente della Valle dei Laghi dai punti di vista geologico, archeologico e naturalistico e invitano alla riflessione sul futuro che vorremmo. Un’attenzione particolare è stata rivolta all’accessibilità attraverso l’uso della Comunicazione Aumentativa e Alternativa (CAA) ed una breve presentazione è stata fatta anche in lingua inglese. Accanto ai pannelli, delle sedute con tronchi naturali ed un bug hotel completano l’arredamento dell’aula. Molto interessante è anche la raccolta di minerali catalogati e messi a disposizione dal Muse nell'aula didattica del vicino Casino di Bersaglio degli Schützen. Essa può essere utilizzata dalle scuole per la didattica outdoor, che vede nell’ambiente naturale un contesto di apprendimento privilegiato, ed anche da famiglie e viaggiatori, come punto di arrivo o di partenza per esplorare il territorio circostante. Nell'aula virtuale collegata trovano spazio gli stessi contenuti dell'aula fisica ed altri riguardanti la Valle dei Laghi su questa tematica:
  • Calchèra a Calavino
    Calchèra a Calavino
    Questa classica fornace per la produzione della calce, semi interrata, si trova nella parte bassa del Gaggio dei Pini a monte della località Cesuron e a Nord della strada dei brozzi. La parte superiore esposta è protetta da una recinzione in legno. Per capirne il funzionamento e conoscere altre "calchère" della valle si rimanda alla voce del glossario collegata a questa scheda.
  • Pozzo 8 - "Bus dei Poiéti"
    Pozzo 8 - "Bus dei Poiéti"
    Coi suoi circa 15 metri di profondità e 11 di diametro il "Bus dei Poiéti" è fra i maggiori d'Europa. È costituito da due marmitte una accanto all'altra di diversa profondità ed è stato scavato a partire dal 1878 a cura della SAT sotto la direzione dell'ing. Annibale Apollonio ed in seguito a cura del Museo Tridentino di Scienze Naturali sotto la direzione del vezzanese Nereo Cesare Garbari, tra il 1966 e il 1975. Tra i materiali di deposito vennero rinvenuti reperti archeologici riferibili all'età del Bronzo Medio (3.500 anni fa circa): ossa umane e di animali, cocci di vasi, oggetti di selce, residui di cibo. Una scala metallica permette di scendere in fondo al pozzo dove è sempre presente una pozza d'acqua e si possono osservare tra l'altro i rotondi sassi porfirici portati dal ghiacciaio. Accanto al cancello d'entrata è presente una bacheca esplicativa. Approfondimento sui reperti Annibale Apollonio nel 1880 scrisse che vi furono rinvenute "varie ossa umane e d’animali. Fra le ossa umane c’era la parte superiore d’un cranio dolicocefalo assai bello e regolare ma molto piccolo. Le ossa animali erano spezzate trasversalmente in pezzi lunghi otto o dieci centimetri probabilmente allo scopo di estrarne la midolla. Vicino a queste ossa si trovò un coccio di vaso grosso 16 millim. composto della stessa pasta di quelli trovati nel pozzo Stoppani soltanto un po’più fina e rossiccia verso la superficie esterna del vaso. Questo coccio possiede le radici di un ansa con occhiello assai piccolo, e confrontato coi cocci rinvenuti negli avvanzi delle abitazioni lacustri di Mantova, esso mostra la medesima forma e composizione, tuttavia si ritiene che sia di epoca assai più recente ed abbia servito da crogiuolo (vedi la fig. N. 9). Al medesimo livello, ma alla distanza di circa 4 metri verso la valle, si scavarono altre ossa umane e di animali, ed in vicinanza un centinaio di cocci di varie forme e grandezze. Esaminati attentamente questi frammenti si riconobbe appartenere essi a tre vasi differenti uno dei quali si è potuto ristaurare completamente, ed è ora depositato nel Civico Museo di Trento. Questo vaso ha la forma di un anfora, è alto 32 centimetri largo 35, ha uno spessore di 5 millimetri e va ingrossando verso il fondo a 9 millimetri. Esso è composto di una pasta simile a quella dei cocci suddescritti, è lavorato a mano, e pare cotto al fuoco. Mancano le due anse solite a questo genere di vasi, e vi sono sostituiti invece sei piccoli becucci sul colmo del ventre ai quali venivano fissate probabilmente le corde per poterlo portare (vedi la fig. N. 7). Gli altri due vasi che non si poterono ricomporre, sembrano simili alle nostre pignatte usuali, sono formati della medesima sostanza degli altri, hanno color mattone, e sono lavorati a mano e cotti al fuoco. Si rinvenne poi una pietra schistosa sagomata precisamente come le anime dei ferri da stirare di vecchio sistema ridotta probabilmente da qualche ciottolo trovato nelle vicinanze (vedi fig. N. 10). Dagli oggetti ritrovati si deve dedurre che quegli scavi hanno dato rifugio o sepoltura ad uomini di un età remota e potrebbe essere che i cocci avessero relazione colle abitazioni lacustri; varrebbe quindi la pena che qualche archeologo si facesse a studiarli ed a ricercare eventualmente le traccie di tali abitazioni nei laghi di Castel Toblino e St. Massenza." Polo Orsi nel 1883 aggiunge: "trovai anche il frammento di un vero manico ad occhiello con tre solchi longitudinali, un coltello di selce cupa, e due sottilissime e belle lame arcuate, lunghe cm. 4 a 5, una delle quali con delicati ritocchi in testa. ... La presenza dell’ uomo nell’ età litica è ivi affermata dai vasi, dagli oggetti di selce, dagli avanzi dei pasti. ... Dei due vasi trovati al pozzo dei Pojeti, o per meglio dire messi insieme da un numero considerevole di cocci, l’ uno è a forma di doppio cono tronco unito alla base, alto m. 0,31, con diametro di m. 0,33 al maggiore rigonfiamento, e di m. 0,13 alla base. Intorno al colmo del ventre s’ inalzano 6 od 8 piccole anse verticali. Il secondo, mancante circa della metà, è alto cm. 20, pare di forma cilindrica od insensibilmente rigonfia, ed è munito di due anse orizzontali; l’ orlo superiore è cinto da un cordone intaccato da impressioni lineari fatte collo stecco. "
  • Pozzo 7 - "San Valentino"
    Pozzo 7 - "San Valentino"
    Perfettamente costruito, di forma tipicamente "penetrante", cioè che si restringe a cono verso il basso. Conserva sul fondo tre grossi ciottoli porfirici portati dal ghiacciaio atesino che hanno probabilmente contribuito a scavare il pozzo stesso. Tutt'intorno sono presenti segni evidenti dell'azione corrosiva dell'acqua, come si vede anche nell'imbocco del pozzo, spiegati brevemente in un pannello illustrativo tematico. Altro pannello spiega l'origine dei pozzi. Suggestivo il panorama che da questo pozzo si gode sulla Valle dei Laghi; in primo piano la chiesetta di San Valentino in agro, da cui il pozzo prende il nome:
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Qui sono mappate le risorse di interesse geologico presenti nell'Archivio della Memoria della Valle dei Laghi:

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