La guerra raccontata da Romano Beatrici

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Titolo
La guerra raccontata da Romano Beatrici
Titolo
Romano Beatrici
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La guerra raccontata da Romano Beatrici
Descrizione
Nel 2005, in occasione del 60 ° anniversario del Voto a San Valentino fatto dalla comunità dell'ex Comune di Vezzano, Romano Beatrici di Ranzo racconta, in dialetto trentino, la sua esperienza durante la seconda guerra mondiale.
Sono partito con il mio reparto nel novembre del ’40, destinazione fronte greco-albanese. Siamo rimasti accampati a Carovigno, in Puglia, fino al febbraio del 1941, a causa del pattugliamento del mare da parte degli anglo-americani. Sbarcati a Vallona, siamo partiti a piedi verso il fronte sul monte Spadarit, dove da giorni infuriava la battaglia contro i greci. Io ero addetto al mortaio da 81. I combattimenti, fra vittorie e sconfitte, proseguirono fino all’arrivo dei tedeschi, così siamo tornati in Albania, vicino al fiume Vajussa. Passato un periodo di riposo, siamo partiti a piedi verso nord fino al confine con la Jugoslavia. Ora il nostro nemico era la Jugoslavia. Fra continue marce e battaglie, sia contro l’esercito Jugoslavo che contro i partigiani, siamo arrivati a settembre del ’42. Il 15 siamo partiti in treno diretti a Bussoleno, in Val di Susa, per combattere sul fronte francese. Qui ho potuto usufruire di una licenza di 30+2. Poco dopo il rientro, siamo partiti in treno per Modane, in Francia. Da qui abbiamo iniziato una marcia terribile verso Marsiglia: 470 Km, una scatoletta di carne e una galletta al giorno. 40 Km al giorno, mangiare barbabietole ghiacciate rimaste nei campi, noci rimaste fra le foglie lungo le strade. Dopo 2 settimane siamo arrivati a Orange, vicino a Marsiglia. Il nostro compito era di presidiare il territorio già conquistato dai tedeschi. Poi siamo passati a Digne, nell’alta Provenza, a controllare una polveriera; quindi a Grenoble. Eravamo qui l’8 settembre del ’43. Il nostro comandante ci consigliò di prendere lo zaino, attraversare le alpi e tornare in Italia. Durante la salita verso il passo del Moncenisio, mi catturò un soldato tedesco e mi condusse verso valle dove la maggior parte dei miei commilitoni stavano disarmati e tenuti a bada dai tedeschi. Poi tutti in marcia, sotto la minaccia dei fucili, attraverso il Moncenisio fino a Susa. Dopo una notte passata a dormire nelle stalle, al mattino ci fecero salire su una tradotta, 30 per vagone: se all’arrivo fosse mancato qualcuno, avrebbero fucilato 3 di noi per ognuno. Scoprimmo ben presto che la destinazione erano i campi di concentramento della Germania. Per mangiare, ci buttavano nel vagone una cassetta di mele mezze marce, che finivano sul pavimento lurido, coperto dai nostri escrementi. Il nostro campo era a Buchenwald. Eravamo forse più di 300.000. Per mangiare cominciavamo la coda alle dieci del mattino per riuscire a prendere una scodella di minestra, fatta di acqua bollita con qualche patata, alle volte dopo le quattro del pomeriggio. Un giorno ci radunarono tutti noi prigionieri italiani. Un generale tedesco, vecchio e con due enormi borse sotto gli occhi (gli ufficiali giovani e in salute erano tutti al fronte), attraverso un interprete ci disse di dividerci in tre gruppi: da una parte chi vuole andare al lavoro, dall'altra chi vuole andare con il Reich e per ultimi quelli che preferivano rimanere al campo. Quasi tutti siamo andati nel gruppo del lavoro; tre con il Reich e una trentina per rimanere al campo. L'interprete, piano piano disse ai trenta che volevano rimanere che correvano il rischio di prendersi un colpo in testa, così vennero nel nostro gruppo del lavoro.
Il primo maggio del '45, verso le quattro del pomeriggio, entrò nella baracca un ufficiale tedesco: raus raus raus, andatevene a casa. Ci fece leggere un comunicato che diceva che dovevamo abbandonare l'Austria: chi viene trovato dopo il cinque maggio al di qua di Schwarzag, viene fucilato sul posto. Con due compagni la sera stessa siamo partiti in treno da Salisburgo. Siamo scesi a Spittal an der Drau e abbiamo fatto a piedi tutta la valle del Drava fino a San Candido, un centinaio di chilometri. Qui alcuni partigiani ci hanno fatto mangiare pane e formaggio dandocene anche un po' di scorta. Proseguimmo per Fortezza, sempre a piedi perché le linee ferroviarie erano state bombardate; altri ottanta chilometri. Anche Fortezza era stata bombardata così abbiamo proseguito a piedi giù attraverso Bressanone fino a Bolzano, 50 chilometri. Poi in treno fino a Trento dove ho salutato i compagni di viaggio prendendo il Buco di Vela diretto a Vezzano. Alle quattro del pomeriggio del quattro maggio ero al bar del Carlo Garbari a Vezzano. Dopo una modica bevuta, ho preso la strada dello Scal e prima di notte ero a Ranzo."
Lingua
it-trentino
Tipologia
Intervista
Creatore
Intervistato
Romano Beatrici
Data di creazione
2005
Periodo di riferimento
November 1940 – May 1945
Durata
16 minuti, 36 secondi
Licenza d'uso
CC BY
Livello di precisione della collocazione geografica
Collocazione generica in riferimento al paese
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