I bambini sono impegnanti ad allacciarsi le scarpe. Mentre le mamme sono in attesa, la maestra Sandra Grossi insegna ai più piccoli.
La stampa in bianco e nero misura 7x10 cm.
Maestra presso l'Asilo Norberto e Adele Defant di Terlago, a cavallo tra gli anni '50 e '60 del Novecento, portava a scuola la sua macchina fotografica e scattava foto per documentare l'attività scolastica.
I bambini dell'Asilo Norberto e Adele Defant di Terlago sono immortalati in piedi dietro la loro sedia, disposti in 6 file da 4 banchi. Pregano a mani giunte guidati dalla maestra Sandra Grossi. Li osservano le mamme con in braccio i fratellini più piccoli, il parroco di Covelo don Costantino Bridi, che sostituiva l'arciprete di Terlago quand'era assente e molto spesso lo aiutava nelle confessioni (a quel tempo i bambini che avevano ricevuto la Prima Comunione si confessavano regolarmente, così come faceva anche la quasi totalità della popolazione adulta) e il rappresentante del Comune Tabarelli de Fatis.
Interessante il quadretto dell'Angelo Custode appeso alla parete in fondo.
A memoria dei bambini del tempo sono stati utilizzati i banchi delle altre aule, che di norma venivano raggruppati in modo da formare grandi tavoli quadrati disposti qua e là.
La stampa in bianco e nero misura 7x10 cm.
In questa fotografia, scattata all'Asilo Norberto e Adele Defant di Terlago nel 1959/60 si vedono i bambini fare un doppio girotondo in cortile con la loro maestra Sandra Grossi.
Sullo sfondo si vedono una vite a pergola ed il cancello metallico sull'alto muro verso via Pine.
Le foto in bianco e nero misurano 10x15 cm.
In questa fotografia, scattata all'Asilo Norberto e Adele Defant di Terlago nel dicembre 1959 si vedono le bambine impegnate a lavorare calze ai ferri, una competenza davvero elevata per quell'età.
Sullo sfondo si vede un presepe e la maestra Maria Fabbro, che per tanti anni aveva insegnato lì prima dell'arrivo delle suore, in visita con un lungo cappotto.
La foto in bianco e nero è quadrata, di 7 cm circa di alto, ed è stampata in alto su una carta di 8,5x11,5 cm.
bambino che frequenta la Suola dell'Infanzia o il Nido d'infanzia, istituzioni nate col nome di Asilo ed ancora chiamate così da alcuni, specialmente dai più anziani.
Di qui, chi le frequenta è un "asilòt", che a noi trentini viene impropriamente da tradurlo in italiano con "asilotto".
Mentre chi frequenta le scuole dell'obbligo è uno scolaro e chi frequenta gli studi superiori o l'università è uno studente, non c'è in italiano un termine specifico che definisca gli "asilòti".
Alunno è termine formale generico per indicare sia i bambini che frequentano le scuole dell'infanzia, sia coloro che frequentano le scuole dell'obbligo.
Interessante questa foto datata sul retro "luglio 1960", che testimonia la frequenza di questo bambino alla scuola materna estiva di Terlago. Vediamo che in questo contesto non indossa il grembiulino come era d'uso nel normale anno scolastico.
Bimbo alla Scuola Materna di Terlago impegnato nella costruzione di funghetti realizzati arrotolando strettamente stelle filanti, attività molto utile per sviluppare la motricità fine, la coordinazione oculo-manuale, la concentrazione, la precisione, la pazienza. Una forcina gli allontana i capelli dalla vista permettendogli di lavorare al meglio.
Il bimbo indossa il grembiulino a quadretti bianchi e azzurri con colletto bianco tipico del tempo.
La foto in bianco e nero è stata colorata.
Bimbo alla Scuola Materna di Terlago impegnato a zappare l'orto. Indossa il grembiulino a quadretti bianchi e azzurri e la bustina bianca in testa, come era uso al tempo. La foto in bianco e nero è stata colorata.
Questo quaderno raccoglie molti lavori realizzati all'asilo di Terlago da una bambina con la tecnica della puntegggiatura, usando uno spillino per forare il contorno di un disegno su carta colorata; le sagome così ritagliate sono state incollate sull'album. Tale tecnica è molto utile per sviluppare la motricità fine, la coordinazione oculo-manuale, la concentrazione, la precisione, la pazienza. L'uso dello spillino richiedeva una manualità ancora più fine del punteruolo che col passare del tempo lo ha sostituito .
Il quaderno misura di 15x20,5 cm, è composto di 5 fogli e 20 facciate, alcune delle quali vuote ed foderato con carta velina.
In copertina c'è il contrassegno del coltello, sulla prima pagina c'è una busta aperta vuota.
L’"Asilo di beneficenza Norberto ed Adele Defant" è stato inaugurato a Terlago il 26 giugno 1909 ed accoglieva circa 75 bambini dai 3 ai 6 anni.
Dopo la morte di Norberto nel 1906, suo fratello Adele, il 27 gennaio 1907, ha disposto un lascito testamentario che destinava tutti i suoi beni alla realizzazione dell'Asilo. Ancora in vita ha dato esecuzione al suo progetto facendo adattare la casa allo scopo, chiamando tre suore della Misericordia di Verona e giungendo così all'inaugurazione nel 1909. Con la sua morte, nel 1910, e la sua famiglia estinta, è nata la fondazione "Norberto e Adele Defant" col compito di gestire il suo lascito. Il regolamento di fondazione prevedeva che a gestirlo fossero tre persone o loro delegati: il presidente era un Cesarini Sforza, coadiuvato dal parroco di Terlago e da quello di Vigolo Baselga. Di fatto chi se n'è occupato costantemente e stabilmente è stato il parroco di Terlago.
Le fonti orali ci dicono che negli anni '30 c'era una maestra del paese, poi è stato affidato alle suore ed infine di nuovo ad una maestra laica.
Nel 1962, il Comune, che pur senza niente di codificato collaborava alla gestione dell'asilo, ha costruito un edificio per la Scuola Elementare e lì vi ha trasferito anche l’Asilo, cosicché la gestione è passata al Comune.
Negli anni ‘70, accanto alla Scuola Elementare, il Comune ha poi costruito un nuovo edificio autonomo riservato all'Asilo, o meglio alla Scuola Materna, in attività dal 1974 circa. La disponibilità di spazio ha permesso di aprire la scuola anche ai bambini provenienti da Covelo e Monte Terlago (?). Di questo trasferimento ha beneficiato anche la scuola elementare poiché nella zona utilizzata dall'Asilo è stata realizzata la palestra per la scuola.
Dal 1978 il personale insegnante è costituito da dipendenti provinciali mentre l'edificio ed il personale non insegnante rimangono in carico al Comune.
Nel 2016, quando la scuola elementare era ormai stata trasferita in un nuovo fabbricato, il Comune ha collegato i due edifici così la Scuola dell'Infanzia (nome assunto con gli ordinamenti del 1991) ha potuto allargarsi su un intero piano dell'ex Scuola Elementare/Primaria per soddisfare le esigenze di una popolazione scolastica sempre più numerosa.
Sono poi seguiti lavori più consistenti di ristrutturazione della vecchia Scuola dell'Infanzia e rifacimento dell'ex Primaria che hanno portato all'inaugurazione, nell'autunno 2025, del nuovo edificio, che ospita da un lato l'Asilo Nido e dall'altro la Scuola dell'Infanzia.
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Nonostante il cambio di nome da Asilo a Scuola Materna a Scuola dell'Infanzia abbia comportato anche una diversa visione dell'istituzione stessa, ancora oggi viene spesso chiamato Asilo, soprattutto dalla popolazione più anziana, e i bambini che lo frequentano vengono chiamati "asiloti", termine che non ha una corrispondenza in italiano.
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Riguardo al primo edificio, la fondazione è esistita fino al 1984, al tempo del concordato fra Stato e Chiesa, quando questi beni sono passati al “Fondo per sostentamento del clero”, pur avendo una struttura privata, probabilmente proprio perché gestita dal parroco.
Nel 1996/97 il Comune ha poi comperato la prima metà di questo edificio e una decina di anni dopo ha comperato anche l’altra metà. Ora vi hanno la loro sede il Coro Paganella e l'Associazione Interagiamo; per qualche anno anche la biblioteca comunale è stata ospitata lì.
Percorso facile ad anello nel paese di Calavino e suoi immediati dintorni partendo dalla fermata delle corriere in piazza Cristoforo Madruzzo.
È lungo circa 3 km ed ha un dislivello di 90 metri.
Progettato da Ecomuseo della Valle dei Laghi per rispondere alle esigenze del gruppo opzionale "L'aula di geologia" della scuola secondaria di primo grado di Vezzano per cercare le tracce della produzione della calce, osservando sul cammino ogni altro punto che potesse interessare geologia e pietre, è consigliato a chiunque condivida questo interesse.
Il percorso, accompagnato da molte fotografie è disponibile su
Grande calchèra in prossimità del paese. Sono ancora intatti l'entrata sormontata da una robusta architrave monolitica ed i muri circolari perimetrali anneriti dal fuoco. Nella parte superiore più esposta è stata posta una staccionata protettiva.
Chi avesse informazioni su questa specifica calchèra è invitato a condividerle con archiviomemoria@ecomuseovalledeilaghi.it così da arricchire questa scheda.
La cava di Terlago, detta “Predara” o cava “Redi”, si trova a nord del Lago di Terlago.
Nella cava veniva estratto il rosso ammonitico, una roccia sedimentaria formatasi in fondo ai mari circa 200 milioni di anni fa e contenente fossili di ammoniti, belemniti e altri molluschi bivalvi. Veniva anche chiamata la pietra rossa di Terlago, per via del suo colore rosso.
Oltre al rosso ammonitico, venivano estratti anche altri tipi di roccia, più superficiali, che però venivano scartati: il verdel, il vertross e il ceresol.
Gli abitanti di Terlago hanno iniziato a usare la cava qualche secolo fà e hanno smesso di cavare la pietra nel 1944, alla fine della Seconda Guerra Mondiale. La cava è stata poi riaperta nel 1952 fino al 1959 e fu affidata alla ditta Redi di Trento. Successivamente non fu più utilizzata.
Negli anni ‘50 alla cava c'erano una decina di persone di Terlago che vi lavoravano. Gli scalpellini venivano pagati a metro cubo di materiale estratto o in base a quante ore lavoravano.
Si estraevano grandi blocchi di roccia, non si usava esplosivo ma soltanto cunei in ferro, scalpelli e mazze, per salvare la pietra. C'erano diversi strati (lassi), di diverso spessore e si estraeva sfruttando le vene della roccia. La pietra veniva venduta come era estratta, senza batterla e rifilarla e si calcolava il volume. Erano blocchi molto pesanti, non si potevano alzare, si spostavano con le leve. Per caricarli sul carro e poi sul camion usavano un sistema costituito da dei corli e dei palanchi di legno.
Per secoli, la pietra venne usata per costruire i muri delle case del paese e per realizzare pavimentazioni, scale, stipiti e cornici di finestre e porte. Era una pietra molto pregiata. Fu utilizzata anche per costruire la chiesa, il capitello “alla Costa" e il monumento ai caduti. La pietra estratta veniva portata e utilizzata anche a Trento, non solo a Terlago.
Fonti:
Scuola Elementare Terlago, Comune di Terlago (1995) Terlago “Edilizia rurale” immagini e testimonianze “I portali”
La calchèra di Covelo si trova nel bosco, al termine di una strada che conduce ad alcuni campi a sud-est del paese. È stata costruita da Arturo Depaoli ed è stata messa in funzione da Aurelio Tasin, Valentino Cainelli Verones, Remo e Angelo di Covelo. La calchèra è stata realizzata e utilizzata una sola volta tra i mesi di maggio e giugno dell'anno 1954. La struttura ha un diametro di 3,5 metri e un’altezza di circa 3 metri ed è costituita da sassi di roccia calcarea (sassi bianchi).
Prima della messa in funzione la struttura veniva ricoperta di terra argillosa (credosa), così da tappare i buchi tra i sassi e non disperdere il calore. Al centro presentava un camino per la fuoriuscita del fumo. Il camino veniva realizzato utilizzando un tronco di pino, durante la costruzione della volta in sasso veniva inserito verticalmente il tronco al centro della struttura, procedendo progressivamente in altezza, man mano che si posizionavano i sassi attorno al tronco e a riempire la struttura, il tronco veniva sfilato dall’alto. A struttura terminata il tronco veniva tolto lasciando spazio al camino.
All’interno della calchèra si accendeva un fuoco che veniva alimentato ininterrottamente per 8 giorni, la legna veniva inserita dall’esterno attraverso una bocchetta. Quando i sassi della calchèra erano cotti, si aspettavano 15 giorni affinché si raffreddassero, poi venivano trasportati in paese per produrre la calcina. I sassi cotti venivano riposti nelle buse della grassa, vi si versava sopra dell’acqua e questi si scioglievano (i boiva), dando origine ad una sostanza densa e molle: la calcina. La calcina si conservava a lungo, anche per più di un anno, veniva ricoperta con della sabbia e, quando serviva, veniva diluita con dell’acqua. La calcina veniva utilizzata nelle abitazioni sia per tinteggiare i muri sia per costruirli, mescolandola con della sabbia. Tutte le case del centro storico del paese sono state costruite usando la calcina. La calchèra produsse diversi quintali di calce, non è noto quale fosse il prezzo di vendita della calcina e se venisse venduta o semplicemente spartita per essere utilizzata dai compaesani.
L’Amministrazione Comunale ha accolto la nostra richiesta di pulizia e ripristino della calchèra.
Fonti:
testimonianze di Urbano Cappelletti di Covelo
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La schedatura è stata fatta dal gruppo attività opzionali “L’aula di geologia” - a.s. 2025/26 Scuola Secondaria di I grado di Vezzano: Alberto, Bianca, Camilla, Desirè, Giulia, Gloria, Yasser, Marta e Sofia
La calchèra di Lon, si trova in cima al paese, a fianco della strada che porta al Monte Gazza, a ridosso degli ultimi campi.
Venne costruita e utilizzata nel corso degli anni ‘40-‘50 e precedentemente ne furono costruite altre nella zona, che infatti prende il nome di località Calchèra. In particolare, nel 1952-53 la calchèra venne realizzata da tre compaesani: Mario Miori “Mariela”, Alessandro Miori “Sana” e Giuseppe Banali “Piva”; in altre circostanze da due/tre esperti muratori di Ranzo.
Per realizzare la calchèra si utilizzarono i sassi di roccia calcarea presenti in loco, venne scavata una buca circolare nel terreno e vennero alzati i muri in pietra creando una volta. Durante il funzionamento, alla base della calchèra si accendeva un fuoco che veniva alimentato ininterrottamente per 20 giorni finché i sassi esterni erano cotti (si capiva perché diventano bianchi e si sgretolavano in superficie). La legna da ardere proveniva dai boschi circostanti ed era legna fina, costituita da tronchi di diametro ridotto. I sassi cotti, una volta freddi, venivano rimossi e si lasciavano in posizione solamente i muri laterali, alti circa 1-2 metri. Ogni calchèra produceva diversi quintali di calce, circa 2-300 (con 1 quintale di legna si produceva 1 quintale di calce). Dai sassi cotti si otteneva la “calce viva”, che si spargeva nelle stalle per prevenire l’afta epizootica, una malattia virale molto contagiosa e pericolosa. Per produrre la “calce spenta”, in quasi tutte le case, in cantina, era presente la busa della calcina. Si versava dell’acqua nella buca e si aggiungevano i sassi uno alla volta. L’acqua per produrre la “calce spenta” veniva prelevata in paese dalla roggia usando il secchio (celet) o la bigoncia (congial). A contatto con l’acqua i sassi si scioglievano (i boiva) formando la calce, un materiale bianco candido dalla consistenza molle e liscia.
La calce aveva diversi utilizzi. All’epoca si usava per fare la malta per costruire i muri poiché era l’unico materiale disponibile ma anche eccellente e duraturo. Veniva utilizzata anche per tinteggiare (sbianchezar) e disinfettare i muri delle case oppure per produrre il verderame, un antiparassitario con cui irrorare le viti.
Fonti:
La cava era attiva negli anni ‘50 e l’attività di scavo è durata diversi anni, circa 5-6 anni. La cava era stata data in concessione a Domenico Arighini (?) di Verona, che in quegli anni abitava a Santa Massenza e aveva ottenuto il permesso dal comune di Vezzano per estrarre la pietra rossa “Rosso Trento”. La pietra, una volta estratta, veniva portata a Verona dove veniva macinata per produrre la graniglia per fare le piastrelle. Alla cava lavoravano alcuni operai dipendenti del proprietario e tre ragazzi di Lon: i fratelli Natale e Giovanni Bortoli dei “Cuchi” e Giuseppe Miori dei “Giordani”, che all’epoca avevano 14-15 anni. Di giorno gli operai denominati “foghini” si occupavano di far esplodere la roccia con la dinamite per estrarre le lastre. I ragazzi si occupavano principalmente di caricare sul rimorchio del camion le lastre dirette a Verona. Venivano pagati a ore e lavoravano di notte, dalle 3-4 di mattina alle 8, giusto il tempo per riempire il rimorchio.
All’epoca il paesaggio circostante la cava era brullo, ora invece vi crescono gli alberi e la cava è stata invasa dalla vegetazione. Poco prima della cava, sulla sinistra, dove ora si trova l’orto rialzato di una casa, era presente un’altra piccola cava da cui vennero presi i sassi per ristrutturare la chiesa di Lon nel 1890 e per costruire la casa del signor Francese.
Fonti:
testimonianze di Cornelio Miori, Emilio Miori e Giuseppina Bortoli di Lon
Si trova lungo la strada che porta al sentiero Scal per Margone e produsse calce fino agli anni 30’. Nello stesso luogo si produsse poi carbone vegetale fino agli anni 40’.
Grazie all'interessamento del gruppo opzionale "L'aula di geologia" della scuola secondaria di I grado di Vezzano nel 2025/26 alcuni compaesani si sono attivati per la pulizia e il ripristino della calchèra.
Secondo le notizie raccolte dal gruppo di lavoro della scuola secondaria di Vezzano, era attiva tra gli anni '30-'50 del novecento. La calce prodotta veniva in parte utilizzata direttamente ed in parte anche fuori Terlago: a Sopramonte, Trento e Povo.
Chi sapesse altre informazioni su questa specifica calcara è invitato a condividerle con archiviomemoria@ecomuseovalledeilaghi.it così da arricchire questa scheda.
Il modellino rappresenta una calchèra in funzione, un’antica fornace in pietra utilizzata per produrre la calce. Misura 4 x 27 cm. All’interno della calchèra è stato riprodotto un fuoco acceso e all’esterno sono stati collocati i sassi calcarei cotti di colore bianco e una fasina di legna fina. La calchèra è stata rappresentata addossata al versante e parzialmente interrata.
Il modellino è stato realizzato dagli alunni e dalle alunne del gruppo opzionale “L’aula di geologia” dell’a.s. 2025/26: Alberto, Bianca, Camilla, Desirè, Giulia, Gloria, Yasser, Marta e Sofia. Per la progettazione del modellino gli alunni si sono ispirati alla calchèra di Covelo e per la sua realizzazione hanno impiegato circa 8 ore. I materiali che hanno utilizzato sono: cartone, carta di giornale, colla vinilica, colori a tempera, sassolini, cemento, das, carta crespa, colla a caldo, muschio, rametti e caffè.