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Dalla calchèra al calcinèr parlando di pietrePercorso facile ad anello nel paese di Calavino e suoi immediati dintorni partendo dalla fermata delle corriere in piazza Cristoforo Madruzzo. È lungo circa 3 km ed ha un dislivello di 90 metri. Progettato da Ecomuseo della Valle dei Laghi per rispondere alle esigenze del gruppo opzionale "L'aula di geologia" della scuola secondaria di primo grado di Vezzano per cercare le tracce della produzione della calce, osservando sul cammino ogni altro punto che potesse interessare geologia e pietre, è consigliato a chiunque condivida questo interesse. Il percorso, accompagnato da molte fotografie è disponibile su
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Calchèra a CalavinoGrande calchèra in prossimità del paese. Sono ancora intatti l'entrata sormontata da una robusta architrave monolitica ed i muri circolari perimetrali anneriti dal fuoco. Nella parte superiore più esposta è stata posta una staccionata protettiva. Chi avesse informazioni su questa specifica calchèra è invitato a condividerle con archiviomemoria@ecomuseovalledeilaghi.it così da arricchire questa scheda.
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La cava di TerlagoLa cava di Terlago, detta “Predara” o cava “Redi”, si trova a nord del Lago di Terlago. Nella cava veniva estratto il rosso ammonitico, una roccia sedimentaria formatasi in fondo ai mari circa 200 milioni di anni fa e contenente fossili di ammoniti, belemniti e altri molluschi bivalvi. Veniva anche chiamata la pietra rossa di Terlago, per via del suo colore rosso. Oltre al rosso ammonitico, venivano estratti anche altri tipi di roccia, più superficiali, che però venivano scartati: il verdel, il vertross e il ceresol. Gli abitanti di Terlago hanno iniziato a usare la cava qualche secolo fà e hanno smesso di cavare la pietra nel 1944, alla fine della Seconda Guerra Mondiale. La cava è stata poi riaperta nel 1952 fino al 1959 e fu affidata alla ditta Redi di Trento. Successivamente non fu più utilizzata. Negli anni ‘50 alla cava c'erano una decina di persone di Terlago che vi lavoravano. Gli scalpellini venivano pagati a metro cubo di materiale estratto o in base a quante ore lavoravano. Si estraevano grandi blocchi di roccia, non si usava esplosivo ma soltanto cunei in ferro, scalpelli e mazze, per salvare la pietra. C'erano diversi strati (lassi), di diverso spessore e si estraeva sfruttando le vene della roccia. La pietra veniva venduta come era estratta, senza batterla e rifilarla e si calcolava il volume. Erano blocchi molto pesanti, non si potevano alzare, si spostavano con le leve. Per caricarli sul carro e poi sul camion usavano un sistema costituito da dei corli e dei palanchi di legno. Per secoli, la pietra venne usata per costruire i muri delle case del paese e per realizzare pavimentazioni, scale, stipiti e cornici di finestre e porte. Era una pietra molto pregiata. Fu utilizzata anche per costruire la chiesa, il capitello “alla Costa" e il monumento ai caduti. La pietra estratta veniva portata e utilizzata anche a Trento, non solo a Terlago. Fonti: Scuola Elementare Terlago, Comune di Terlago (1995) Terlago “Edilizia rurale” immagini e testimonianze “I portali”
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Calchèra di CoveloLa calchèra di Covelo si trova nel bosco, al termine di una strada che conduce ad alcuni campi a sud-est del paese. È stata costruita da Arturo Depaoli ed è stata messa in funzione da Aurelio Tasin, Valentino Cainelli Verones, Remo e Angelo di Covelo. La calchèra è stata realizzata e utilizzata una sola volta tra i mesi di maggio e giugno dell'anno 1954. La struttura ha un diametro di 3,5 metri e un’altezza di circa 3 metri ed è costituita da sassi di roccia calcarea (sassi bianchi). Prima della messa in funzione la struttura veniva ricoperta di terra argillosa (credosa), così da tappare i buchi tra i sassi e non disperdere il calore. Al centro presentava un camino per la fuoriuscita del fumo. Il camino veniva realizzato utilizzando un tronco di pino, durante la costruzione della volta in sasso veniva inserito verticalmente il tronco al centro della struttura, procedendo progressivamente in altezza, man mano che si posizionavano i sassi attorno al tronco e a riempire la struttura, il tronco veniva sfilato dall’alto. A struttura terminata il tronco veniva tolto lasciando spazio al camino. All’interno della calchèra si accendeva un fuoco che veniva alimentato ininterrottamente per 8 giorni, la legna veniva inserita dall’esterno attraverso una bocchetta. Quando i sassi della calchèra erano cotti, si aspettavano 15 giorni affinché si raffreddassero, poi venivano trasportati in paese per produrre la calcina. I sassi cotti venivano riposti nelle buse della grassa, vi si versava sopra dell’acqua e questi si scioglievano (i boiva), dando origine ad una sostanza densa e molle: la calcina. La calcina si conservava a lungo, anche per più di un anno, veniva ricoperta con della sabbia e, quando serviva, veniva diluita con dell’acqua. La calcina veniva utilizzata nelle abitazioni sia per tinteggiare i muri sia per costruirli, mescolandola con della sabbia. Tutte le case del centro storico del paese sono state costruite usando la calcina. La calchèra produsse diversi quintali di calce, non è noto quale fosse il prezzo di vendita della calcina e se venisse venduta o semplicemente spartita per essere utilizzata dai compaesani. L’Amministrazione Comunale ha accolto la nostra richiesta di pulizia e ripristino della calchèra. Fonti: testimonianze di Urbano Cappelletti di Covelo --- La schedatura è stata fatta dal gruppo attività opzionali “L’aula di geologia” - a.s. 2025/26 Scuola Secondaria di I grado di Vezzano: Alberto, Bianca, Camilla, Desirè, Giulia, Gloria, Yasser, Marta e Sofia
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Calchèra di LonLa calchèra di Lon, si trova in cima al paese, a fianco della strada che porta al Monte Gazza, a ridosso degli ultimi campi. Venne costruita e utilizzata nel corso degli anni ‘40-‘50 e precedentemente ne furono costruite altre nella zona, che infatti prende il nome di località Calchèra. In particolare, nel 1952-53 la calchèra venne realizzata da tre compaesani: Mario Miori “Mariela”, Alessandro Miori “Sana” e Giuseppe Banali “Piva”; in altre circostanze da due/tre esperti muratori di Ranzo. Per realizzare la calchèra si utilizzarono i sassi di roccia calcarea presenti in loco, venne scavata una buca circolare nel terreno e vennero alzati i muri in pietra creando una volta. Durante il funzionamento, alla base della calchèra si accendeva un fuoco che veniva alimentato ininterrottamente per 20 giorni finché i sassi esterni erano cotti (si capiva perché diventano bianchi e si sgretolavano in superficie). La legna da ardere proveniva dai boschi circostanti ed era legna fina, costituita da tronchi di diametro ridotto. I sassi cotti, una volta freddi, venivano rimossi e si lasciavano in posizione solamente i muri laterali, alti circa 1-2 metri. Ogni calchèra produceva diversi quintali di calce, circa 2-300 (con 1 quintale di legna si produceva 1 quintale di calce). Dai sassi cotti si otteneva la “calce viva”, che si spargeva nelle stalle per prevenire l’afta epizootica, una malattia virale molto contagiosa e pericolosa. Per produrre la “calce spenta”, in quasi tutte le case, in cantina, era presente la busa della calcina. Si versava dell’acqua nella buca e si aggiungevano i sassi uno alla volta. L’acqua per produrre la “calce spenta” veniva prelevata in paese dalla roggia usando il secchio (celet) o la bigoncia (congial). A contatto con l’acqua i sassi si scioglievano (i boiva) formando la calce, un materiale bianco candido dalla consistenza molle e liscia. La calce aveva diversi utilizzi. All’epoca si usava per fare la malta per costruire i muri poiché era l’unico materiale disponibile ma anche eccellente e duraturo. Veniva utilizzata anche per tinteggiare (sbianchezar) e disinfettare i muri delle case oppure per produrre il verderame, un antiparassitario con cui irrorare le viti. Fonti:
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Cava di LonLa cava era attiva negli anni ‘50 e l’attività di scavo è durata diversi anni, circa 5-6 anni. La cava era stata data in concessione a Domenico Arighini (?) di Verona, che in quegli anni abitava a Santa Massenza e aveva ottenuto il permesso dal comune di Vezzano per estrarre la pietra rossa “Rosso Trento”. La pietra, una volta estratta, veniva portata a Verona dove veniva macinata per produrre la graniglia per fare le piastrelle. Alla cava lavoravano alcuni operai dipendenti del proprietario e tre ragazzi di Lon: i fratelli Natale e Giovanni Bortoli dei “Cuchi” e Giuseppe Miori dei “Giordani”, che all’epoca avevano 14-15 anni. Di giorno gli operai denominati “foghini” si occupavano di far esplodere la roccia con la dinamite per estrarre le lastre. I ragazzi si occupavano principalmente di caricare sul rimorchio del camion le lastre dirette a Verona. Venivano pagati a ore e lavoravano di notte, dalle 3-4 di mattina alle 8, giusto il tempo per riempire il rimorchio. All’epoca il paesaggio circostante la cava era brullo, ora invece vi crescono gli alberi e la cava è stata invasa dalla vegetazione. Poco prima della cava, sulla sinistra, dove ora si trova l’orto rialzato di una casa, era presente un’altra piccola cava da cui vennero presi i sassi per ristrutturare la chiesa di Lon nel 1890 e per costruire la casa del signor Francese. Fonti: testimonianze di Cornelio Miori, Emilio Miori e Giuseppina Bortoli di Lon
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Calchèra di FraveggioSi trova lungo la strada che porta al sentiero Scal per Margone e produsse calce fino agli anni 30’. Nello stesso luogo si produsse poi carbone vegetale fino agli anni 40’. Grazie all'interessamento del gruppo opzionale "L'aula di geologia" della scuola secondaria di I grado di Vezzano nel 2025/26 alcuni compaesani si sono attivati per la pulizia e il ripristino della calchèra.
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Vecchia calcara di TerlagoSecondo le notizie raccolte dal gruppo di lavoro della scuola secondaria di Vezzano, era attiva tra gli anni '30-'50 del novecento. La calce prodotta veniva in parte utilizzata direttamente ed in parte anche fuori Terlago: a Sopramonte, Trento e Povo. Chi sapesse altre informazioni su questa specifica calcara è invitato a condividerle con archiviomemoria@ecomuseovalledeilaghi.it così da arricchire questa scheda.
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Calchère e cave di VallelaghiNella seguente raccolta si trovano le schede descrittive inerenti le calchère e le cave presenti nel territorio di Vallelaghi. Le schede sono frutto della rielaborazione di contenuti bibliografici, testimonianze dirette e ricerche sul campo svolte dagli alunni e dalle alunne del gruppo opzionale “L’aula di geologia” dell’a.s. 2025/26: Alberto, Bianca, Camilla, Desirè, Giulia, Gloria, Yasser, Marta e Sofia.
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Calchèra e calceAnche nell'anno scolastico 2025/26 Federica Bressan ha proposto ad un gruppo di attività opzionali della Scuola Sec. di I grado di Vezzano di lavorare a “L’aula di geologia”, puntando questa volta l'attenzione alla lavorazione della pietra sul territorio di pertinenza della scuola. I ragazzi e le ragazze del gruppo hanno partecipato con vivo interesse all'attività, compiendo ricerche, intervistando persone, andando alla ricerca dei luoghi, dentro e fuori orario scolastico, con la collaborazione di Ecomuseo della Valle dei Laghi ed in autonomia, coinvolgendo privati e comune nella cura e valorizzazione di quanto rimasto sul territori, producendo questo ed altri lavori:
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Sulle tracce dei pastoriÈ questo uno degli itinerari storico-culturali, promosso dall’Ecomuseo in Valle dei Laghi, alla riscoperta di piccoli segni, lasciati dai pastori. Si tratta di circa novanta incisioni rupestri, non tutte ben visibili, costituite da nomi, cognomi, simboli politici, giochi, ecc. Lungo il percorso si possono osservare anche una calchèra, un antico selciato, la chiesetta diroccata di San Martino, oltre che godere di una passeggiata fra i boschi e del panorama sul Lago di Toblino e su Castel Madruzzo. Ad esso è stata dedicata una pubblicazione:
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Malga ValleLa malga Valle o "Malga de la Val", ora in ruderi, si trova sul Monte Bondone, nel territorio di Laguna-Musté in località "La Val" al di sotto dell'attuale malga di Cavedine. È stata costruita dai soldati dell’esercito austro-ungarico, stanziati nelle trincee del Monte Bondone durante la prima guerra mondiale, per avere assicurati latte, burro e formaggio che vi venivano prodotti. Funzionò regolarmente, con la presenza di 30-35 mucche e manze, fino al 1938. Da allora la costruzione fu completamente abbandonata tanto che nel 1958, a seguito di un’abbondante nevicata, il tetto crollò dando l’avvio al completo disfacimento. L’ultimo malgaro e casaro che operò alla malga Roncher fu Giuseppe Travaglia (Bèpi Cruf) di Cavedine. Sul sentiero che scende ne La Val, c'è il "Cóel de le Vache", sottoroccia che deve il suo nome al fatto che frequentemente, date le sue dimensioni, veniva usato per mettere al riparo il bestiame durante la notte o in caso di repentini cambi di tempo. Nei pressi di questo sottoroccia i soldati austro-ungarici avevano costruito "i Albi", tre vasche in calcestruzzo poste in successione che captano una sorgente perenne, realizzate per loro uso ma anche per l’abbeverata del bestiame portato all’alpeggio alla malga. --- Bibliografia:
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La segheria del tufo dei TasinIn via della Crosara era attiva la segheria del tufo della famiglia Tasin. Qui veniva lavorato il travertino, meglio noto come “tòf”, da trasformare in “tovi” (mattoni di tufo). Questa pietra, tagliata con la sega ad acqua, veniva impiegata per ridefinire le volte o per realizzare le tramezze degli appartamenti. Anticamente l’edificio ospitava anche una fucina ove il fabbro lavorava i metalli e ferrava i cavalli. La segheria terminò la propria attività all’inizio degli anni ’30 del Novecento a causa del crollo del tetto dovuto allo scoppio di un incendio. “La Tòvara”, situata in località della “Pontare” di Terlago, era il luogo da cui si estraeva il “tòf” tagliato presso la segheria Tasin. (Testo a cura di Caterina Zanin con la collaborazione di Verena Depaoli)
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Il mulino Cesarini SforzaLa presenza del mulino della famiglia nobile dei Cesarini Sforza, collocato all’interno del parco di loro proprietà, è attestata almeno dal 1860 nella cartografia asburgica. Appartiene al complesso edificale di villa Cesarini Sforza, eretto dalla Confraternita dei Battuti, che fu venduto inizialmente ai Conti Graziadei nel 1615 e ceduto infine ai Conti Cesarini Sforza nel 1700. Il mulino, dotato di un canale di derivazione, rimase attivo fino al 1935. L’ultimo “molinar” fu Domenico (Minico) Castelli che, assieme a sua moglie Maria Pavoni ed ai quattro figli, si occupava della macinazione dei cereali. Egli terminò la propria opera a causa dell’anzianità che gli impediva il proseguimento del lavoro. Nel 1941 l’edificio venne nuovamente abitato dalla famiglia Depaoli che tuttavia non proseguì il mestiere del mugnaio. Domenico Castelli produceva la farina a partire dal granoturco, dal frumento, dalla segale, dal grano saraceno e dall’orzo e la rivendeva alle vicine comunità di Vigolo Baselga, Baselga del Bondone, Covelo, Ciago e di Cadine negli anni più recenti. Nel complesso abitativo di famiglia Cesarini Sforza era stata collocata, almeno nel 1896, anche una segheria ad acqua per il taglio del legname. Originariamente l’edificio, trasformato recentemente da una innovativa ristrutturazione ad opera dell’architetto Salvotti, ospitava al piano terra le stanze adibite al lavoro ed ai differenti macchinari o utensili utilizzati dal mugnaio. Il piano superiore invece fungeva da abitazione privata per “el Molinar” e la sua famiglia. Una volta chiusa l’attività lavorativa dell’opificio i conti trasformarono lo stabile in una stalla. Un ulteriore cambiamento della struttura, avvenuto in seguito alla ristrutturazione, è il mutamento del livello del terreno che appare sopraelevato rispetto a quello originario grazie ad uno scavo ai piedi dell’edificio. (Testo a cura di Caterina Zanin con la collaborazione di Verena Depaoli)
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Il Mulino ex Mamming ora casa MazzonelliIl Mulino Mazzonelli è situato nel cuore del paese all’altezza della strettoia vicina a piazza Battisti. Le prime notizie di questo edificio risalgono al 28 agosto del 1546 quando Colombino Antonio (muratore) acquistò a Terlago una “casa con mulino con filone e due ruote, loco a Pont per 67 ragnesi”. Successivamente passò nelle mani della nobile e ricca famiglia Mamming (da cui deriva il suo nome) che lo sfruttò fino all’ottobre del 1907. In quell’anno venne venduto, per 3.000 corone, dal conte Giuseppe Mamming ad Eugenio Mazzonelli. Quest’ultimo lo trasformò nella sua abitazione privata. Il conte conservò invece “i due mulini con tutti gli accessori, le trasmissioni, gli attrezzi dei mulini, la turbina con accessori”. Particolarmente interessante è annotare che nell’atto di vendita il nobile decise di dividere la particella catastale del mulino per mantenere la proprietà terriera del “Broilo” e di concedere all’acquirente di realizzare un foro nel muro, da erigere, per favorire il passaggio dell’acqua a scopo irriguo. I figli di Eugenio Mazzonelli, durante i lavori di modifica dell’edificio, seppellirono le macine in pietra nel giardino ed attualmente una di queste, grazie alla fortunata riscoperta avvenuta nel corso dell’ultima ristrutturazione, è perfettamente visibile e ben conservata. La presenza di un foro nella parete interna della casa consente di individuare il punto esatto in cui era collocato il perno della ruota del mulino. (Testo a cura di Caterina Zanin con la collaborazione di Verena Depaoli)
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Il mulino e la segheria Defant--- Il mulino Defant --- Il mulino Defant, collocato in via al Castagnar, è stato l’ultimo opificio a chiudere a Terlago. Rappresentato nella mappa del catasto asburgico del 1860, il mulino venne chiuso, per la sopraggiunta anzianità del “Molinar” Guido Defant, solamente nel 1992. Nel 1907 apparteneva alla famiglia di Narciso Defant che, dopo alcune vicende familiari, ne entrò definitivamente in possesso nel 1928 e nello stesso anno ottenne dal Genio Civile anche la concessione per lo sfruttamento dell’acqua della roggia. Nel 1945 la struttura conobbe uno sviluppo tecnologico grazie al passaggio dal sistema di mulino a macina a mulino a cilindri, dotato di laminati doppi, per il frumento ed il grano saraceno. In precedenza la macina in porfido era stata acquistata a Pomarolo (TN) per sostituire le molle francesi rivestite da un telaio in ferro. Nel 1955 fu comperata una turbina a Merano per migliorare la produzione dell’opificio ma, a causa della scarsa portata della roggia, venne rimossa dopo poco tempo. Si decise dunque di mantenere il motore elettrico installato durante la seconda guerra mondiale. Nel secondo dopoguerra il mulino incrementò la propria produttività ed iniziò, grazie ad alcune conoscenze familiari, a vendere la farina a Molina di Fiemme ed ai “pistari” di Cadine. Significativo è il racconto dell’ultimo “Molinar”, Guido, del trasporto e dell’organizzazione dell’opificio. A partire dal 1949 egli si recava 4 giorni in settimana, svegliandosi alle 2 di notte, in val di Fiemme per trasportare circa 1,5 quintali di farina. Nel 1970, come testimonia l’ampliamento della struttura e l’installazione di 4 silos interni da 7.000 quintali, l’attività Defant aumentò notevolmente la produzione. I cereali venivano versati nei silos grazie all’ausilio di un montacarichi che sollevava fino a 10 quintali. L’opificio macinava frumento (acquistato frequentemente presso Caprino Veronese), orzo, segale, avena e grano saraceno. Il mulino produceva farina gialla, farinetta (adatta al consumo animale) e farina bianca. È interessante ricordare che negli ultimi anni d’attività la famiglia Defant frantumava anche il grano saraceno importato dall’Africa. Al momento della chiusura i proprietari del mulino vendettero i macchinari più recenti ad un’azienda di Bassano del Grappa e quelli più antiquati ad un gruppo con sede in Albania. --- La segheria Defant --- Nel 1881, per ovviare alle dannose e frequenti azioni di contrabbando del legname di Selva Faeda, venne acquistata dalla Rappresentanza Comunale di Terlago una sega ad acqua. Comperata da Carlo Tonelli di Vezzano per 200 f., fu collocata presso l’edificio di Giovanni Defant, nella parte rivolta verso la collina, per tagliare i fusti provenienti dal bosco dell’intero territorio di Terlago. Fu conservata fino alla fine degli anni ’20 del Novecento. (Testo a cura di Caterina Zanin con la collaborazione di Verena Depaoli)
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Il mulino Rigotti--- Origini del mulino --- La famiglia Rigotti risulta presente a Terlago almeno dalla seconda metà del 1600 e da allora detiene la proprietà dell’omonimo opificio. Il testamento di Gabriele Rigotti, figlio d’Antonio, detto il “Molinarotto” del 1749 costituisce la prima menzione documentaria esplicita dell’esistenza del mulino ed all’esercizio della relativa professione. Egli apparteneva ad una famiglia nativa di San Lorenzo in Banale ma residente già da tempo a Terlago. Il successivo riferimento viene invece riportato nella mappatura del catasto napoleonico del 1860. Nel corso dei secoli l’attività venne tramandata di padre in figlio fino al passaggio all’ultimo “Molinar”, Giuseppe Rigotti, chiamato “Il Barba”, conosciuto come alpino decorato con la medaglia d'argento al valor militare per il servizio prestato a Nikolajewka. Alla sua morte nel 1981 il mulino cessò l'attività rivolta al pubblico. Giuseppe Rigotti è ricordato come una persona molto ospitale, sempre pronta ad una battuta simpatica e di buon cuore. Ospitò per alcune estati il noto pittore olandese Rinny Siemonsma che affettuosamente realizzò il ritratto del cane di famiglia sul cartello per avvisare della presenza del cane Doria. --- Attività generali --- Nel Novecento nel mulino Rigotti venivano macinati fino a 4- 5 quintali di cereali (specialmente grano e granoturco) che solitamente veniva trasportato con i carri dai contadini dei paesi vicini (Terlago, Monte Terlago, Vezzano, Padergnone, Vigolo Baselga ed i paesi del Bondone). È interessante ricordare che negli anni ’20 il prezzo della farina macinata variava da 1,25 lire a 1,50 lire al kilo. I proprietari del mulino Rigotti prestavano anche il servizio di trasporto merci, tramite carro, per il locale comune nel caso di occasionali spostamenti oppure d’acquisti di materiale. Viene registrato anche il pagamento di opera prestata alla Società del Monte Gaggia in occasione di trasporto materiale nel 1922. All’interno dell’edificio sono state trovate alcune incisioni, calcoli e scritte che spingono ad ipotizzare la funzione di luogo di ritrovo e di passaggio di persone del luogo e forestieri. Ad esempio una, riportata sopra la tramoggia, ricorda un’importante e fruttuosa battuta di pesca. È stato scritto il seguente testo: “Domenica 22/4/1928 - Grande pesca ai laghi - lunedì, martedì e - mercoledì non si farà che mangiare pesce -i pescatori”. --- Struttura del mulino --- L’edificio, ristrutturato esternamente, conserva al pian terreno il locale storico del mulino con le macchine destinate alla macinazione ed altri strumenti necessari per la preparazione alla macinazione con gli ingranaggi e le cinghie originali dell’epoca. Sopra ad un tavolato ligneo rialzato è presente l’antica mola in pietra che un tempo era collegata, grazie ad una serie di ingranaggi, all’albero di trasmissione legato alla ruota idraulica posta all’esterno dell’edificio. All’interno della struttura sono ancora visibili le due linee di produzione costruite in due momenti differenti. La più antica, risalente al Settecento, prevedeva la macinatura a pietra alimentata dalla forza motrice esercitata dalla ruota idraulica. Nel 1908 la famiglia Rigotti acquistò a Vienna il sistema a cilindri (Hoerde & Comp) azionato inizialmente dalla ruota idraulica lignea e, dagli anni ’40 secondo tradizione orale, da un motore elettrico trifase. Entrambe le linee di produzione depositavano il macinato nella medesima burattina. Nella descrizione dello stabile, riportata dalla compagnia assicurativa “Istituto Provinciale Incendi – Trento” del 1924, risulta che il mulino possedeva 3 ruote idrauliche e 3 pile utilizzate per la lavorazione dell’orzo. (Testo a cura di Caterina Zanin con la collaborazione di Verena Depaoli)
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Antichi mulini di Terlago--- Il percorso --- Il presente percorso si snoda principalmente lungo via dei Molini e piazza Battisti, giunge fino in piazza Torchio ed infine tocca via Crosara. Lungo questo itinerario il visitatore potrà leggere i pannelli dedicati, scoprire la storia degli antichi opifici del paese e notare le differenze esistenti tra gli antichi edifici e quelli odierni. Sono stati collocati sei pannelli illustrativi che descrivono le caratteristiche e le vicende dei seguenti stabili: mulino Rigotti, opificio Defant, mulino ex Mamming ora Mazzonelli, opificio Cesarini Sforza ed infine la segheria Tasin. Queste pagine d’approfondimento sono aperte al contributo di chi vorrà offrire ad Ecomuseo materiale, informazioni di supporto oppure segnalare eventuali mancanze. --- Introduzione su Terlago --- Il territorio di Terlago vanta una tradizione centenaria dell’arte molitoria. Il celebre etnografo e studioso Giuseppe Šebesta attesta la più antica presenza di un mulino, tra il 1244 ed il 1247, nel paese di Covelo. Molteplici e frequenti sono le testimonianze quattrocentesche, cinquecentesche e seicentesche che segnano l’intero panorama locale (1468, 1473, 1493, 1496, 1498, 1509, 1511, 1531, 1540, 1594, 1647) e costituiscono il simbolo della fondamentale importanza degli opifici assunta a livello locale. Nel 1860 la cartografia prodotta dal catasto asburgico riportava la presenza di 3 esemplari. Nel 1880 la Camera di Commercio e Industria di Rovereto ne segnalava 4 operanti e regolarmente riconosciuti. --- Il mulino più antico del paese di Terlago --- Il mulino più antico del paese di Terlago, come testimoniato dal coevo Statuto, risale almeno al 1424, e sembra che sia appartenuto alla famiglia dei Gislimberti. Tale “Molendinum Gislimberti” era collocato originariamente in località Pontolin, sul Fosso Maestro, nei pressi della chiesetta di San Pantaleone. Giuseppe Sebesta testimonia infatti l’esistenza di un opificio nelle vicinanze del lago “Primo de decima Molendini sita iuxta heredes paysani … et a via infra versus lacum” almeno dal 1468 fino al 1594. Tuttavia tale posizione risentiva della vicinanza agli acquitrini malarici e, per tale ragione, nel XVII secolo venne trasferito vicino al paese di Terlago. Gli studi effettuati hanno reso ardua la successiva identificazione e rimane dunque il dubbio sul luogo esatto del suo spostamento. Vero è che la tradizione orale della famiglia Rigotti tramanda che l’originaria località del suo mulino era vicino alla chiesetta di San Pantaleone ma, in assenza di documenti scritti comprovanti ciò, non è possibile stabilire una relazione certa tra le vicende dei due opifici. Al contempo l’analisi degli alberi genealogici riportano che la famiglia dei Gislimberti sia confluita e si sia estinta nel ramo della famiglia Defant, proprietaria dell’omonimo mulino. --- Caterina Zanin e Verena Depaoli, autrici di questa ricerca per Ecomuseo, ringraziano per la preziosa collaborazione e testimonianza: Denise Rigotti e famiglia, Guido Defant e la moglie Elena, Giuliana Mazzonelli, conte Lamberto Cesarini Sforza, Sandro Castelli, Ottorino Tasin e la moglie Elvira, Dario Tasin e Sharon Depaoli.
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Ricostruzione mulino a fini didattici a VezzanoIl video mostra alcuni momenti della ricostruzione del mulino didattico di Vezzano, realizzato da Ecolegno, recuperando parti del Mulino Garbari, l'ultimo attivo nel paese. Per saperne di più consultare la scheda:
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Il mulino didattico GarbariÈ stato inaugurato il 5 giugno 2025 presso il Teatro di Valle a Vezzano un mulino didattico realizzato dalla Comunità di Valle, ridando vita a ciò che si è salvato del mulino Garbari, l'ultimo a fermare la ruota idraulica a Vezzano nel 1979:
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Il mulino di CoveloIl mulino di Covelo, situato all'entrata del paese per chi proviene da Ciago, in via Nino Pooli, attualmente abitazione civile, è stato presumibilmente costruito nei primi anni '60 del 1800, in quanto nella mappa catastale del 1860 lo vediamo segnato tratteggiato. Possiamo solo ipotizzare che lì sia stato trasferito uno dei primi opifici a ruota idraulica nel territorio di Vallelaghi attestato da fonti storiche nei lontani anni 1244 – 1247 come “retro molendinum apud Wasketum”. Un mulino viene citato nella Carta di Regola di Covelo nel 1421 all’articolo 25 in occasione della regolazione della zona di pascolo destinata alle bestie minute: "Item quod nullus terrigena sive forensis audeat ducere sive pasculare cum bestiis minutis a vaiono Pelegrini de Bonanottis usque ad molendinum qui iacet subtus Coavalum: in poena quinque solidorum pro qualibet bestia minuta." (Inoltre, che nessun residente o forestiero osi condurre o far pascolare piccoli animali dal burrone di Pelegrin de Bonanottis al mulino che si trova sotto Covelo: sotto la pena di cinque solidi per ogni piccolo animale.) Dove poteva dunque essere posizionato prima? Osservando di nuovo la stessa mappa catastale, troviamo segnata la località “Molin” e quindi ipotizzare che quella fosse la sua sede originale, sempre e comunque alimentato dal movimento dell’acqua del Fos de Cadenis che sorge poco sopra il paese. --- Bibliografia:
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Al vecchio mulinoEra nell’edificio in località Naran 1, conoscituo come ristorante “Al vecchio mulino”, che un tempo girava la prima ruota idraulica sulla Roggia Grande. Essa alimentava i macchinari della falegnameria di Bassetti Quintino e figli, poi trasferita in via Borgo:
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Opifici storici della Valle dei Laghi: i muliniQuesto fascicolo riporta il lavoro di ricerca pubblicato nel 2018 sul vecchio sito di Ecomuseo della Valle dei Laghi, https://www.ecomuseovalledeilaghi.it/it/valle-dei-laghi/ricerca/opifici-storici, sostituito con la nuova versione nel 2025. Questo lavoro non è stato pensato per essere una pubblicazione cartacea, ma, seppur con questo limite, pensiamo possa entrare a pieno titolo nella "letteratura grigia" della nostra valle. Nel trasferire il contenuto su questo pdf sono stati aggiornati tutti i collegamenti esterni, eliminando quelli non più funzionanti, inserendo in questo archivio, in formato pdf, alcuni dei lavori citati, al tempo inseriti in siti poi dismessi dell'Istituto Comprensivo, dirottando quindi qui i collegamenti. Qui lo spazio dedicato agli itinerari di ecomuseo:
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La chiesa di LagoloAlla fine degli anni '60, la stalla della malga di Lagolo, ormai dismessa, è stata trasformata in chiesa, dedicata a Santa Maria Assunta. È stata benedetta nel 1970 e la sagra si celebra il 15 agosto con un contorno di iniziative focalizzate attorno al "Rebaltón dei pòpi". Di fattura semplice ha all'esterno una campana su un campaniletto e una grande croce di ferro accanto alla porta d'entrata. L'interno è ampio, molto luminoso e colpisce l'imponente struttura lignea della copertura a capriate a vista. --- Approfondimenti: Mussi Danilo; Chemotti Tiziana, La chiesetta di Lagolo, pp. 329-330 IN:
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Lapide di Stefano Lunelli "nubile"Trascrizione dell'iscrizione: "PREGATE | L'ETERNA REQUIE | A | STEFANO LUNELLI | CHE | AI 15 GENNAJO 1870 | QUI | COLPITO D'APOPLESSIA | SPIRÓ | OTTIMO CRISTIANO | VISSE NUBILE 58 ANNI | R.I.P." Interessante l'antico uso della parola "nubile", col significato di "in età da matrimonio", riferito anche agli uomini. V.


















