Scatti utili a presentare l'ambiente naturale e le modificazioni che esso ha avuto nel tempo, e documenti che si riferiscono espressamente ad opere di trasformazione dell'ambiente naturale.
La cava di Terlago, detta “Predara” o cava “Redi”, si trova a nord del Lago di Terlago.
Nella cava veniva estratto il rosso ammonitico, una roccia sedimentaria formatasi in fondo ai mari circa 200 milioni di anni fa e contenente fossili di ammoniti, belemniti e altri molluschi bivalvi. Veniva anche chiamata la pietra rossa di Terlago, per via del suo colore rosso.
Oltre al rosso ammonitico, venivano estratti anche altri tipi di roccia, più superficiali, che però venivano scartati: il verdel, il vertross e il ceresol.
Gli abitanti di Terlago hanno iniziato a usare la cava qualche secolo fà e hanno smesso di cavare la pietra nel 1944, alla fine della Seconda Guerra Mondiale. La cava è stata poi riaperta nel 1952 fino al 1959 e fu affidata alla ditta Redi di Trento. Successivamente non fu più utilizzata.
Negli anni ‘50 alla cava c'erano una decina di persone di Terlago che vi lavoravano. Gli scalpellini venivano pagati a metro cubo di materiale estratto o in base a quante ore lavoravano.
Si estraevano grandi blocchi di roccia, non si usava esplosivo ma soltanto cunei in ferro, scalpelli e mazze, per salvare la pietra. C'erano diversi strati (lassi), di diverso spessore e si estraeva sfruttando le vene della roccia. La pietra veniva venduta come era estratta, senza batterla e rifilarla e si calcolava il volume. Erano blocchi molto pesanti, non si potevano alzare, si spostavano con le leve. Per caricarli sul carro e poi sul camion usavano un sistema costituito da dei corli e dei palanchi di legno.
Per secoli, la pietra venne usata per costruire i muri delle case del paese e per realizzare pavimentazioni, scale, stipiti e cornici di finestre e porte. Era una pietra molto pregiata. Fu utilizzata anche per costruire la chiesa, il capitello “alla Costa" e il monumento ai caduti. La pietra estratta veniva portata e utilizzata anche a Trento, non solo a Terlago.
Fonti:
Scuola Elementare Terlago, Comune di Terlago (1995) Terlago “Edilizia rurale” immagini e testimonianze “I portali”
La cava era attiva negli anni ‘50 e l’attività di scavo è durata diversi anni, circa 5-6 anni. La cava era stata data in concessione a Domenico Arighini (?) di Verona, che in quegli anni abitava a Santa Massenza e aveva ottenuto il permesso dal comune di Vezzano per estrarre la pietra rossa “Rosso Trento”. La pietra, una volta estratta, veniva portata a Verona dove veniva macinata per produrre la graniglia per fare le piastrelle. Alla cava lavoravano alcuni operai dipendenti del proprietario e tre ragazzi di Lon: i fratelli Natale e Giovanni Bortoli dei “Cuchi” e Giuseppe Miori dei “Giordani”, che all’epoca avevano 14-15 anni. Di giorno gli operai denominati “foghini” si occupavano di far esplodere la roccia con la dinamite per estrarre le lastre. I ragazzi si occupavano principalmente di caricare sul rimorchio del camion le lastre dirette a Verona. Venivano pagati a ore e lavoravano di notte, dalle 3-4 di mattina alle 8, giusto il tempo per riempire il rimorchio.
All’epoca il paesaggio circostante la cava era brullo, ora invece vi crescono gli alberi e la cava è stata invasa dalla vegetazione. Poco prima della cava, sulla sinistra, dove ora si trova l’orto rialzato di una casa, era presente un’altra piccola cava da cui vennero presi i sassi per ristrutturare la chiesa di Lon nel 1890 e per costruire la casa del signor Francese.
Fonti:
testimonianze di Cornelio Miori, Emilio Miori e Giuseppina Bortoli di Lon
Faeda è un ondulato altopiano che raggiunge 880 m slm, si estende fra la Valle dei Laghi (quella antica, di cui fanno parte i Laghi di Lamar) e la Valle dell'Adige, è coperto da una rigogliosa foresta di abeti e bosco misto, la Selva Faeda.
È percorsa da sentieri e strade sterrate utilizzate soprattuto un tempo per lo sfruttamento del bosco; si susseguono dossi e avvallamenti, ognuno col suo toponimo, punti in cui si deposita il legname pronto per la vendita, i "cargadori", ruderi di vecchie casare utilizzate un tempo per il ricovero degli animali e la lavorazione dei latticini.
A questo proposito, nella sua descrizione del Distretto di Vezzano del 1834/35, Carlo Clementi scrive: "frondeggia la bella selva di Faeda, dove si ammira fra gli altri il bellissimo faggio detto per la sua forma singolare il Cappellaro, sotto i cui rami foltissimi ed incurvati fino a terra possono godere asciuto ricovero più centinaja di pecore. "
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Bibliografia:
Malga Pian si trova a Vigo Cavedine ad un altitudine di 836 m. È circondata da un'ampia distesa prativa e da imponenti e secolari castagni, conifere e faggi. La malga, ristrutturata, serve ora come rustico d'abitazione ed è di proprietà della Vicinia Donego, dal monte e dalla selva omonimi, esempio antico di gestione collettiva del territorio.
È una Riserva Naturale Provinciale e Zona Speciale di Conservazione - Codice Rete Natura 2000: IT3120050.
Si trova sul Monte Bondone, sull'altopiano delle Viote, nel Comune di Trento e copre un'area di 24 ettari.
È una zona umida circondata da praterie, originatasi dall'intorbamento di un vasto lago al termine del periodo glaciale.
La torbiera rappresenta l'habitat ideale per la riproduzione di anfibi, quali rospi e rane di montagna, per la vita di un gran numero di invertebrati, fra i quali il coleottero acquatico (Agabus nebulosus) è stato rinvenuto solamente qui in Trentino, e di interessanti specie botaniche.
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Per approfondimenti visita:
La "Riserva Naturale Locale Prada", ai piedi del Monte Gazza nel C.C. di Terlago, copre un'area di 3,4 ettari ed è distribuita su tre zone distinte (A,B,C) in cui vi è la formazione di ristagni periodici di acqua che rappresentano importanti zone di riproduzione di anfibi, quali rospi e rane di montagna.
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Per approfondimenti visita:
È indicata talvolta con questo nome anche la roggia di Valle che segue la strada della Val di Cavedine raccogliendo poca acqua fino ad arricchirsi sul territorio di Lasino con l'apporto di alcune sorgenti.
Entrata a Calavino riceve subito l'acqua della sorgente del Bus Foran (o Foram, ramale chiamato anche "Roggia Grande"); vediamo la cascata, che forma appena uscita dalla sorgente, passare sotto la strada per immettersi nella roggia di Valle.
Subito dopo riceve l'acqua della sorgente di Menétoi, o meglio il troppopieno dell'acquedotto potabile che va a servire l'alta val di Cavedine dal 1972.
In paese la alimentano poi altre piccole sorgenti minori. All'imbocco della val de Canevai riceve le acque del piccolo alveo della sorgente di Palù, poi quelle del Rio Freddo (o Rifré o Lifré) ed infine da una pittoresca cascata il fosso di Barbazan che arriva dal territorio di Padergnone.
La forra dei Canevai è caratterizzata da giochi d'acqua, cascate, profonde pozze.
Il sentiero che ne segue il tracciato è stato realizzato dal Comune verso il 1990.
Dopo aver alimentato le vasche della pescicoltura, con un'ultima curva a gomito, sfocia nel lago di Toblino.
Fraveggio è attraversato da una roggia che deriva dalla sorgente Canevin Malea all’altezza di Lon, il paese soprastante. Questa viene arricchita dalle acque dei rivi di Garubol e Fossà provenienti dai locali acquedotti potabile e irriguo. La roggia arriva in paese dalla cascata al torrione, leggermente spostata nel 2007, come si vede nella foto pubblicata a pag.17 del notiziario comunale n.3 di quell'anno (sotto riportato).
Scorre lungo il Vicolo dei Molini, dietro la chiesa di san Bartolomeo e si divide in due rami intubati nel sottosuolo del centro storico. Una parte scorre a fianco della toresela, attraversa la strada e raggiunge la campagna dove sempre nel 2007 è stata realizzata una vasca di decantazione.
L’altra prosegue sotto la piazza biforcandosi nuovamente, alimentando il lavatoio, affianca la canonica e si riunisce per attraversare gli orti e precipitare in una suggestiva cascata assieme all’altro ramo.
Raccoglie le acque sgorganti a Paltan, alle Rogiòle e ai Tovi, alimentando nel contempo l’acquedotto irriguo di Santa Massenza. Continua la sua discesa affiancando verso Est la loc. Campagna, fino ad arrivare in località Vai da dove prosegue intubata sotto la zona utilizzata dagli impianti della centrale idroelettrica. Raccoglie le acque di deflusso del depuratore (in media 11 l/s) e sfocia infine nel lago di Santa Massenza a quota 245 mslm, dopo un percorso di 1900 metri.
Una roccia costruita dall'acqua
Nei pressi delle cascate si verifica un fenomeno molto curioso: la formazione del travertino, chiamato anche “el tof per far i vòlti”.
Il travertino è un tufo calcareo poroso e leggero che si forma con le particelle di minerali (carbonato di calcio) portate dall’acqua. L’acqua, nebulizzata intorno alla cascata, evapora ed i minerali in essa contenuti formano la roccia inglobando all’interno resti vegetali, come foglie o ramoscelli, che poi si decompongono, lasciando al suo interno dei buchi e conferendole il caratteristico aspetto spugnoso. Questo tufo leggero, isolante e relativamente resistente, veniva estratto facilmente ed utilizzato nella costruzione di avvolti, intercapedini, pareti non portanti (“strameze”), ma si vede in un vecchio edificio situato fra i due mulini di Fraveggio un esempio di uso anche per la costruzione della parte più alta delle pareti esterne. L’opificio che si occupava della lavorazione del tufo era “la sega per el tof” ed in zona era presente a Padergnone, poco sotto la chiesa di San Valentino in agro, e a Terlago.
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Bibliografia:
La Roggia di Ciago nasce dalle sorgenti di Valachel a quota 670 e 692 mslm in loc. Mondal e subito alimenta il serbatoio dell’acquedotto irriguo.
Nella sua ripida corsa attraverso il paese, lungo la Val dei Molini, un tempo forniva l’energia idraulica necessaria ad una fucina e cinque mulini ed alimentava due lavatoi, uno accanto al mulino Cattoni e uno sull’attraversamento di Via San Rocco. Ora in quel tratto c'è una vasca di decantazione e da Via San Rocco viaggia intubata fin sotto la strada del Pedegaza, passando anche sotto un edificio. Arrivata sotto il paese scende più tranquilla lungo la campagna. Da quanto risulta dal progetto di completa sistemazione dell’alveo del 1908, l’acqua andava allora in gran parte dispersa prima di unirsi alla sorgente di Nanghel, punto in cui assume il nome di Roggia di Nanghel, la cui importanza risulta dalla Carta di Regola di Vezzano del 1574 (Vedi pag 239-240 Il libro delle acque).
Al suo arrivo a Vezzano la roggia viaggia intubata fino alla nuova rotatoria del 2006 dove è stata deviata e riportata in superficie in un percorso più lungo per oltrepassare la rotatoria stessa, raggiungere il lavatoio davanti alle scuole e continuare il suo viaggio intubata sotto via Roma. Arrivata alla piazza principale di Vezzano, un tempo veniva deviata verso sinistra, intubata superava l’Albergo Stella d’Oro, tornava in superficie negli orti adiacenti a Via Borgo, si univa ad un’altra sorgente, tuttora attiva, e passando per la campagna di Terra Mare si immetteva nella Roggia Grande. Approfittando dei lavori alla rete fognaria, la roggia di Nanghel, è stata poi intubata insieme alle acque bianche sotto via Roma fino agli Alberoni. Attraversata la strada provinciale, ritorna allo scoperto in località Fossati unendosi alla sorgente Fontanele, proprio dove un tempo c’era il grande lavatoio usato dalle donne del Dos. La roggia attraversa la zona artigianale fra nuovi alti argini in pietra per poi immettersi nella Roggia Grande in località Acque Sparse, prima che essa riattraversi la strada provinciale nel suo viaggio verso Padergnone.
Informazioni tratte da:
Con questa pubblicazione Ecomuseo ha voluto valorizzare l'itinerario lungo la Roggia di Calavino, carico di valenze culturali, storiche e naturalistiche. Seguendo il corso della Roggia si ha la possibilità di ricomporre l’immagine legata alle botteghe e ai laboratori che fino al XIX secolo caratterizzavano l’abitato di Calavino, restando affascinati anche dal contesto paesaggistico che segue l’andamento della Roggia.
I testi si alternano in italiano e inglese.
Collana, di 10 libretti, realizzata dai bambini della scuola primaria di Vezzano nel corso di 6 anni scolastici con la collaborazione del Consorzio Vigilanza Boschiva della Valle dei Laghi e del Comune di Vezzano. Ogni libretto termina con la mappa del bosco tra Bersaglio, Ronch e Lusan in cui sono indicate le 7 postazioni, allestite anche con la collaborazione dei genitori, dove questi libretti, plastificati, sono stati posizionati in apposite "casette". Ogni libretto contiene una storia ambientata nello specifico luogo del bosco in cui si trova la pubblicazione ed ha come protagonista un personaggio immaginario, una pianta ed un animale presentati con due schede scientifiche in coda alla storia. Accanto alla casetta è stato posto un cartellino sulla pianta protagonista e la sagoma a grandezza naturale dell'animale protagonista con le sue tracce impresse in una piccola piattaforma di cemento inserita nel terreno.
Le pubblicazioni sono inoltre disponibili in biblioteca, on-line sul sito della scuola e sono state date in copia a tutti i bambini coinvolti.
Questi i titoli
1 A– Paolino e il magico bosco del Bersaglio.
1 B - I folletti al pozzo di Lusan (leccio – lucciola).
2 – Il segreto della strega (sommacco- volpe).
3 – Il bosco incantato (pino nero – topo selvatico).
4 – I tassi innamorati (ciliegio selvatico – tasso).
5 – Festa d'estate (roverella – pipistrello).
6 A – All'ombra dell'edera (edera – capriolo).
6 B - Amico frassino, mi aiuti? (frassino – falco).
7 A– El bus dela Maria Mata (carpino – scoiattolo).
7 B - Le marmitte dei giganti.
Prospero Bressan, emigrato negli Stati Uniti nel 1929, ha conosciuto e sposato là Ines Genovese emigrata dall’Italia nel 1912. Questa foto ricordo è stata scattata sul suolo dove sarebbe sorta la loro casa a Fraveggio, in occasione del loro breve viaggio fatto per acquistare il terreno e dare disposizioni per la costruzione. Dietro la coppia si vede la scuola di Fraveggio com'era nella prima fase della sua esistenza con una sola grande aula. Si notano la coltivazione della vite e dei broccoli, una catasta di ramaglie, l'ambiente sullo sfondo spoglio, il capitello sulla vecchia strada per Lon e, a ben guardare, anche i resti del muraglione di "Castel Tonin" sul doss Tonin (a sinistra).